Te lo dico in rima

PAURA NEI TUOI OCCHI

Paura dei tuoi occhi,
di quel vertice puro
entro cui batte il pensiero,
paura del tuo sguardo
nascosto velluto d’algebra
col quale mi percorri,
paura delle tue mani
calamite leggere
che chiedono linfa,
paura dei tuoi ginocchi
che premono il mio grembo
e poi ancora paura
sempre sempre paura,
finché il mare sommerge
questa mia debole carne
e io giaccio sfinita
su te che diventi spiaggia
e io che divento onda
che tu percuoti e percuoti
con il tuo remo d’Amore.

Alda Merini

 

La canzone “Un matto” di De Andrè racconta la storia di un povero pazzo che “senza sapere a chi dovesse la vita in un manicomio l’aveva restituita” e iniziava dicendo: “Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole”, ponendo l’attenzione sull’incomunicabilità e l’incomprensione a cui la pazzia spesso condanna. Contrariamente al “matto “ di De Andrè, Alda Merini, la poetessa dei Navigli, pur essendo stata definita matta ed avendone scontato tutte le conseguenze, riuscì ad esprimere quel mondo che si teneva nel cuore con parole e versi che divennero illuminazioni che solo chi ha passato una stagione all’Inferno è in grado di dare.
Alda Merini gode oggi di grande fama,cosa che spesso in vita le fu negata. Sul web spopolano i suoi aforismi e le foto che la ritraggono sempre con rossetto e sigaretta, ma quanto si conosce davvero la poetessa dei Navigli (quartiere milanese in cui visse negli ultimi anni della sua vita)?
Vincenzo Mollica, suo amico e collaboratore ci dice che casa sua era in un limpido disordine e che lei vi viveva come una regina senza regno, riempiendo la solitudine con versi sporchi di vita che lavava con il suo spirito.
Sin da giovanissima andò incontrò al suo destino di poeta, infatti le sue prime poesie furono inserite, su suggerimento di Eugenio Montale nella raccolta “Poetesse del Novecento” nel 1961, edito da Giovanni Scheiwiller. Fu questo un destino che Alda non tradì mai,neppure nel silenzio a cui fu costretta negli anni dell’ internamento, neppure quando, una volta uscita, molti esitarono a pubblicare le sue opere.
L’esperienza del manicomio fu senz’ altro quella che più andò ad incidere nella sua vita e nelle sue opere, in particolare nel suo capolavoro “La Terra Santa”, in cui paragona il manicomio al monte Sinai,”maledetto, in cui ricevi le tavole di una legge agli uomini sconosciuta”. La Merini entrò in manicomio nel 1963 , quando era ancora una bambina, anche se aveva già due figlie. Le ragioni del suo internamento oggi ci appaiono molto ingiuste, esaurimenti nervosi continui, pene famigliari e la responsabilità dei figli, ma ben più ingiusto era l’ istituto Paolo Pini di Milano nel quale visse per dieci anni, un manicomio antecedente la legge Basaglia, e nel quale fu sottoposto a diversi elettroshock.
Di certo la poesia fu per la Merini uno sfogo, una cura ma anche una preghiera, in quanto nelle sue opere si affiancano sempre ossimoricamente influssi religiosi ed erotici, cristiani e pagani, tanto da essere stata definita una poesia di contrasti.
La Lirica “Paura dei tuoi occhi” è tratto dalla raccolta “Vuoto d’amore” del 1991 ed è incentrata sul tema della paura e dell’amore, un amore carnale. La paura si palesa nella voce narrante attraverso occhi che battono il pensiero, attraverso lo sguardo che la percorre e si rende carnale attraverso mani comparate a calamite dalle quali non ci si può staccare e che pretendono linfa,nutrimento, e a ginocchi che premono sulla parte più sensibile e materna, il grembo. Anche quando la paura sembra risolversi attraverso la resa di un corpo sfinito che dal mare si fa onda per ricongiungersi con la sua spiaggia, riappare il sentimento della paura nella parola “percuoti”, da cui etimologicamente deriva. La sensazione che però questa lirica ci lascia è tutt’altro che nefasta, in quanto appare foriera di pace, una pace che si può trovare nella resa su di una spiaggia d’ Amore.
Alda Merini con la sua mente “malata” ebbe forse il coraggio di arrivare laddove una mente sana non può: diventare onda dal mare e lasciarsi percuotere e travolgere dalla paura. Anche se forse a mio avviso non esistono menti sane e menti malate, ma esiste solo un modo diverso di reagire al dolore e credo sia questo il più grande insegnamento che ci ha lasciato Alda: “ Non esiste pazzia senza giustificazioni e ogni gesto che dalla gente comune e sobria viene condannato, spesso coinvolge il mistero di un ‘inaudita sofferenza che non è stata colta dagli altri.”

Laura Pompilio

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