Ecco Sora 1
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Ecco Sora

Una chiacchierata sulla Sora odierna e sulla sua storia gloriosa. La storia è una necessità sociale. Ogni società, ogni persona non può fare a meno della propria memoria storica. Nessuno di noi riesce a crescere nella propria esistenza senza ricordare; ognuno di noi compie delle scelte in base alla propria memoria. In pratica, la storia è la memoria storica della società, alla quale consente di progredire, di operare delle scelte, di prendere delle decisioni. In più historia magistra vitae, la storia è esperienza; sapere come si sono comportati i nostri antenati e conoscere l’esito delle loro azioni è un sistema per accrescere le nostre conoscenze e poter operare le scelte con più cognizioni. L’intelligenza è la capacità di affrontare e risolvere problemi, ma le cognizioni ci danno più informazioni per poter superare le difficoltà. La storia di Sora verrà sviluppata anche in altri punti dell’opera, quindi, per non ripetermi, non riporterò alcune informazioni in questo capitolo, ma in altri nei quali quelle notizie sono più importanti ai fini della limpidità di esposizione.

Sora è una graziosa cittadina del "Basso Lazio", in provincia di Frosinone; è situata ad un’altitudine media di circa 300 metri sul livello del mare, adagiata in una splendida conca circondata da montagne ed ai piedi del Monte "Santi Casto e Cassio", che ha un’altitudine di 546 metri. La città si trova alla confluenza di tre sistemi vallivi, Roveto, Comino e del Liri. Delizioso ed ameno giardino, perla della Ciociaria, Sora è una città pittoresca, suggestiva, popolosa ed industre, dalle mille anime, ricca di tradizione e di storia, patria di brillanti ingegni e di illustri personaggi; inoltre il suo centro storico conserva intatto il sapore del passato. Nulla è paragonabile all’aria di Sora, al suo clima, al suo splendido cielo, capaci di addolcire lo spirito più insensibile e severo.

La nostra città è attraversata dal fiume Liri, che, dopo aver percorso la Valle Roveto e dopo lo sbocco nella pianura sorana, bagna la città quasi abbracciandola, formando un meandro e poi allontanandosi serpeggiando nella campagna sorana occidentale. Gli abitanti di Sora, i Sorani, sono circa 27.800, su un territorio comunale di 71,84 Kmq.

Sora è una città ricca di vita anche in campo economico, essendo un centro agricolo, industriale e commerciale. Infatti nel territorio sorano si producono cereali, frutta, olio, ortaggi, vino e si alleva bestiame, soprattutto il vitellone da carne; abbiamo inoltre cartiere, industrie alimentari, tessili, per la lavorazione delle materie plastiche ed un liquorificio.

A proposito di specialità alimentari, sorana per eccellenza è la ciambella; è ottenuta da un impasto di farina, acqua, lievito, sale, eventualmente uova, e poi aromatizzata con semi di anice; l’impasto viene modellato in tanti esemplari toroidali, lessati e poi cotti nel forno a legna.

Spiccano anche tanti esercizi commerciali: dai negozi più piccoli ai supermercati, ai discount, ai magazzini dei grossisti; e moltissimi uffici della Pubblica Amministrazione, e studi professionali, nei quali svolgono la loro attività professionisti che per la maggior parte hanno frequentato le scuole cittadine, elementari, medie inferiori e medie superiori.

Queste ultime sono strutture che richiamano a Sora giovani dalle tre valli vicine, Roveto, Comino e del Liri; istituzioni che soddisfano quasi tutte le esigenze culturali degli studenti, poiché sono pochi gli indirizzi scolastici che mancano. Un malinconico ricordo va alla gloriosa Facoltà di Medicina e Chirurgia, nata e morta negli anni Settanta.

Sora è anche sede vescovile, fin dai tempi antichi, della Diocesi di Sora Aquino Pontecorvo.

Per quanto riguarda l’Archeologia, possiamo ammirare i resti della cinta muraria sul Monte "Santi Casto e Cassio", dove sulla sommità troviamo la pittoresca Rocca Sorella (piccola Sora), antica denominazione che ha lasciato il posto a Rocca (Castello di) San Casto; distrutta nel 1229 dalle truppe di Federico II, è stata successivamente riedificata e restaurata.

Interessanti, nella Cattedrale, le sostruzioni ed il podio dell’antico tempio del dio Sole; il Duomo risale all’XI secolo, è stato rifatto in forme cistercensi nel XIII e rimaneggiato nel XVII secolo.

Da ammirare anche la chiesa di San Domenico Abate, in stile romanico-gotico, con la cripta che custodisce i resti mortali del santo; secondo la tradizione, qui sorgeva la villa natale di Marco Tullio Cicerone, e numerosi frammenti architettonici avvalorerebbero l’ipotesi.

Analizziamo adesso il trascorso della leucocrinita ed idroturrita Sora.

In Europa le città sono sorte in base a quattro tipologie fondamentali; il primo modello si riferisce alle città sorte sulle alture per potersi difendere meglio; la seconda categoria inquadra le città sorte in golfi ed insenature, dove il mare si placava e le navi potevano fermarsi; il terzo tipo si riferisce alle città sorte sull’ansa di un fiume, dove la corrente era meno impetuosa e questa situazione permetteva il trasporto delle merci; il quarto schema si riferisce alle città sorte all’incrocio di importanti vie di comunicazione. Il pascóre, le origini primève, la vita aurorale e primigenia e la memoria storica della nostra città si sono perse nelle nebbie del passato, ma comunque possiamo azzardare alcune considerazioni.

Sora, quando è nata, aveva il vantaggio dell’approvvigionamento idrico del Liri e si trovava alle spalle una vicina altura sulla quale i protoabitanti potevano rifugiarsi; e bastava qualche lancio di sassi per sbaragliare l’esercito più numeroso ed agguerrito; in più, la notevole estensione della cinta muraria ci fa pensare ad uno spazio interno alle mura, destinato all’agricoltura ed all’allevamento per la sopravvivenza stessa della comunità.

Inoltre Sora era la porta della Valle Roveto, passaggio obbligato per andare a Nord, e venne ad occupare una posizione strategica, alla confluenza di importanti vie di comunicazione, per il Sannio, per la Marsica e da Roma a Napoli passando per Veroli ed Atina.

Anche il clima era favorevole, abbastanza mite, e la posizione felice, in una conca circondata da montagne.

Lo svantaggio era costituito dall’irregolare portata del Liri, che d’estate riduceva il suo flusso, e d’inverno inondava le campagne; in ogni caso era inadatto ad attività che richiedessero acqua limpida ed abbondante; infatti le prime attività industriali, risalenti all’epoca romana, e portate avanti dalla famiglia di Cicerone, nella lavorazione della lana, furono localizzate a Sud di Sora, nei pressi del Fibreno, che forniva un cospicuo e cristallino flusso idrico in tutti i periodi dell’anno. Il fiume ha infatti il suo periodo di morbida durante l’estate e raccoglie tutte le acque dei Preappennini da Pescasseroli a Forca d’Acero; è stato questo il nostro carbone, considerata la nostra mancanza di risorse minerarie.

Il territorio sorano fu abitato fin da tempi antichissimi, come dimostrano i fossili ed i reperti litici rinvenuti nelle località Valleradice e Carnello ed il materiale archeologico rinvenuto sul Monte "Santi Casto e Cassio". Inoltre, molto ci dicono le fortificazioni in opera poligonale; di esse non si può tracciare con certezza l’intero sviluppo, anche se possiamo averne comunque un’idea abbastanza chiara, dai piedi del Monte "Santi Casto e Cassio" fin quasi sull’altura medesima. Come abbiamo già detto, una tale opera che racchiude, oltre ad insediamenti, anche appezzamenti di terreno, si spiega con l’obiettivo "autonomia", che le popolazioni volevano avere in caso di assedio; in quel triste frangente, anche i contadini ed i pastori con il bestiame confluivano dentro la città, utilizzando i terreni per le colture agricole e per il pascolo, permettendo quindi agli assediati di sopravvivere.

Non erano certamente periodi facili per i Sorani di allora. In origine città dei Volsci, Sora si trovò ben presto tra due fuochi, i Romani che tentavano l’espansione verso l’interno ed i Sanniti che volevano contrastare questo espansionismo. La nostra città nel 345 a.C. fu conquistata dai Romani e divenne loro alleata; ma i Sorani, che provavano una forte idiosincrasia per la disciplina ed il giogo di Roma, nel 314 a.C. si allearono ai Sanniti e trucidarono il presidio romano. La vendetta si fece attendere un po’; i Romani non riuscivano a penetrare nella città, soltanto l’anno successivo, grazie ad un soldato disertore, poterono vendicarsi; il bieco personaggio uscì dalla città e raggiunse l’accampamento romano e qui chiese di parlare con i consoli; essi ascoltarono il suo piano e lo ritennero abbastanza concreto. Q uindi allontanarono l’accampamento romano, troppo vicino alla città, affinché i Sorani allentassero la guardia. Poi il contennendo disertore nascose alcune truppe in luoghi boscosi nei pressi della città e portò con sé dieci soldati romani scelti (numero probabilmente simbolico). Il gruppetto salì sul Monte "Santi Casto e Cassio" passando nei pressi della "Rava Rossa" (la Roccia Rossa), visibile ancora oggi a metà della parete rocciosa settentrionale. Il manipolo non incontrò alcuna resistenza, essendo ritenuto impossibile un attacco da quel lato. Il lancio delle pietre dall’alto e le urla del traditore, che cominciò a correre per la città gridando che la rocca era stata presa, sortirono l’effetto voluto; i Sorani, impauriti, aprirono le porte della città, a beneficio dei Romani nascosti vicino all’entrata e pronti all’attacco. Anche successivamente qualche traditore provocò la rovina della nostra città, per cui le popolazioni vicine coniarono l’ingiurioso detto "A Sora c’è nato Giuda", essendo egli il simbolo stesso del tradimento. Divenuta colonia latina almeno nel 303 a.C., Sora fu una delle 12 colonie latine che durante la guerra annibalica, nel 209 a.C., rifiutarono l’aiuto a Roma e per questo affronto la nostra città fu gravemente punita. Ma i giovani sorani riscatteranno quest’onta con il loro valore, proprio contro Annibale ed i Cartaginesi; così ci ha tramandato Silio Italico ai versi 395 e 396 della sua opera "Punicorum libri XVII", quando scrive "...Soraeque juventus addita fulgebat telis", "... e la gioventù di Sora, aggiunta (agli altri guerrieri), brillava nelle sue armi"; parole che ritroviamo sotto lo stemma cittadino. Con la guerra sociale, la nostra città divenne municipio e, dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), accolse una colonia di veterani dei Triumviri. Sora in questo periodo dovette essere una città piacevole ed accogliente, visto che successivamente il poeta aquinate Giovenale la raccomanderà a chi era stanco della confusione e della frenesia di Roma. Già nei primi secoli dell’era cristiana cominciò ad ardere la fiaccola del cristianesimo nella nostra città, con San Giuliano, Martire il 27 gennaio 161 d.C. e Santa Restituta, Martire il 27 maggio 275 d.C.; ben presto il Cristianesimo trionfò sul persecutore e la nostra città divenne anche sede di Diocesi, e, secondo la tradizione, il primo della folta schiera di Presuli custodi degli altari di Cristo sarebbe stato Sant’Amasio.

Con la decadenza dell’impero romano, venne a mancare in Italia un’ordinata situazione politica e si verificarono le invasioni di orde barbariche; l’unico faro fu il cristianesimo, lanterna delle genti. In epoca longobarda Sora fu capoluogo di Castaldato, e fece parte del Ducato di Benevento. La parentesi dei Vìnili fu comunque positiva per la città. Eretta in Contea alla fine del X secolo fu a lungo disputata tra i grandi feudatari locali; divenne normanna nella seconda metà dell’XI secolo e fu incendiata nel 1103 e nel 1156.

Come viveva la gente in questo periodo? Principalmente le attività erano la pastorizia e l’agricoltura; quest’ultima non veniva svolta con criteri moderni ed i raccolti erano scarsi; oggi la resa del frumento è alta (1:80, 80 chicchi raccolti da uno seminato; nel 1200 era 1:4, nel 1500 1:5, nel 1800 1:10); a quei tempi un campo rendeva poco più di quello che occorreva per mangiare. Inoltre, bastava una gelata per affamare i contadini, che dovevano anche mettere da parte una quota del raccolto per poter seminare l’anno successivo. La produzione agricola era scarsa e di qualità scadente; qualche secolo dopo, il Caravaggio eternerà questa situazione dipingendo nel 1596 l’opera chiamata Canestro di frutta (o Fiscella, come la definì il Cardinale Federico Borromeo), riprodotta anche sul verso delle attuali banconote da 100.000 lire. Non esistono dubbi sul rigoroso verismo del capolavoro; e nella meravigliosa natura morta si evidenziano consistenti attacchi di parassiti. In più nelle nostre zone il regime della terra è stato prevalentemente la mezzadria, che ha stimolato poco l’imprenditorialità; nel Nord Europa, ad esempio, si aveva l’affittanza, con diverse forme, ma sostanzialmente con il versamento di un canone, quindi si aveva tutto l’interesse alla massima produzione, perché massima sarebbe stata la propria parte. Quando si pensa al Medioevo, la mente corre al pauperismo, alla povertà diffusa, a chi muore di fame, ma non è così perché molto spesso le associazioni religiose portavano soccorso alle popolazioni in difficoltà. Inoltre, durante l’Età di mezzo lo spirito delle popolazioni era diverso dal nostro; calamità, invasioni, terremoti, guerre, pestilenze, erano uno scenario diffuso ed il sentimento della morte, unito a quello del peccato, dominava la vita quotidiana. La gente considerava vane le cose di questo mondo e l’obiettivo del popolo era di morire bene, nel senso della pacificazione dell’anima con la fede in Cristo.

Nel 1215 Sora fu ceduta alla Chiesa da Federico II, che tuttavia la riprese nel 1221 e la distrusse il 28 ottobre 1229.

Purtroppo il XIII secolo fu critico per la nostra città; in quel periodo Papa Innocenzo IV e l’imperatore di Germania Federico II avevano due visioni diametralmente opposte; Federico sognava un grande impero germanico alleato ad un’Italia unificata; il successore del Principe degli Apostoli pretendeva invece una supremazia universale della Santa Sede con i vari sovrani cristiani come vassalli. La lotta tra i due contendenti continuò anche dopo la loro morte e Sora fu nuovamente distrutta nel 1252.

Nello stesso secolo XIII Carlo I° d’Angiò conferirà il titolo di Duca di Sora ai Cantelmo, che saranno a capo della città per circa due secoli. Toccherà poi ai Della Rovere dal 1472 al 1580 e poi ai Boncompagni che governeranno la città fino al 1796. Sotto questi ultimi, verrà stimolato lo sviluppo industriale della zona, ma nonostante ciò le condizioni della gente erano misere; Sora offriva uno spettacolo vivente assai desolante; l’umano consorzio viveva in condizioni molto precarie. Alcuni vagavano per i paesi vicini portando le loro mercanzie in cambio di viveri; altri, più scaltri ed avventurieri, si dedicavano al contrabbando ed al brigantaggio; il confine con lo Stato Pontificio era vicino e non esisteva estradizione. Quando si correva qualche pericolo bastava superare il confine e riattraversarlo dopo qualche tempo, quando le acque si erano calmate. Quindi il vero fenomeno della povertà, del pauperismo, è più avvertito nell’Era moderna, anche perché le associazioni religiose, dopo la Riforma Luterana, entrarono in crisi e non poterono più svolgere la loro azione in aiuto del popolo. In effetti, in questo periodo tutta l’Europa è attraversata da una crisi generale; il prezzo del grano si mantiene alto e se ne può comprare ben poco col conseguente risultato di una povertà diffusa. Le carestie, soprattutto quella del 1763-1764, esasperavano ancora di più questo terribile quadro; in più non si disponeva di nozioni economiche mediante le quali analizzare i fenomeni e tentare un calmieramento; le pestilenze trovavano naturalmente persone deboli e ne facevano strage. Chiaramente la povertà era una malattia dalla quale alcuni erano immuni, infatti alla fine del Medioevo, nel rione Pianello, i ricchi possidenti dell’epoca costruirono le loro residenze, e qui si occupavano dell’amministrazione delle loro immense proprietà e di ricevere i prodotti delle loro terre; purtroppo i braccianti non avevano alcun interesse a migliorare i fondi del padrone e quindi la nostra produzione agricola, anche se è quantitativamente rilevante, non lo è qualitativa-mente, soprattutto per quanto riguarda viticoltura ed alberi da frutto, in quanto non sono state introdotte specie pregiate. è tipico in questo periodo il contrasto tra poveri e ricchi, eppure proprio allora si stava diffondendo il metodo della partita doppia; il sistema era conosciuto fin dal XIV secolo, ma fu diffuso da un frate francescano, Luca Pacioli; nel 1494 egli pubblicò un compendio di tutto lo scibile matematico del tempo, e nel trattato apparve il primo esempio di partita doppia. Con questo sistema, egli voleva risollevare le sorti dei più poveri del suo tempo. Infatti questo metodo di organizzazione delle finanze consente di mettere a confronto le entrate e le uscite e permette di controllare il reddito; fu concepito da frate Luca per insegnare ai contadini come risparmiare o vendere abbastanza pecore o grano per pianificare il raccolto dell’anno successivo; esso permise a molti di loro di uscire dal circolo della povertà. Infatti il contadino poteva controllare in ogni momento il patrimonio personale; prima viveva in una continua ansia perché gli mancava un modo per contabilizzare il proprio patrimonio ed aveva sempre paura che il suo lavoro non bastasse a permettergli di andare avanti. Il sistema però non ebbe molto successo fra i contadini, anche se poteva aiutarli ad aumentare il proprio reddito ed a risolvere più agevolmente il problema della quota da consegnare al padrone.

La popolazione non aveva a quei tempi una vita facile. Gli unici svaghi erano le feste successive alla scartocciatura (eliminazione delle bràttee dalle pannocchie di mais) con canti e balli popolari. Per ritemprare lo spirito, la gente andava a piedi in pellegrinaggio, allontanandosi per interi giorni e rafforzando per strada il senso della solidarietà. Intanto nel 1796 Sora passò al Regno delle Due Sicilie, perché il Duca Boncompagni Ludovisi, vista la precaria situazione dell’epoca, permutò i propri possedimenti con altri nello Stato Pontificio.

Nel 1798 arrivarono nelle nostre zone le truppe francesi, e ciò provocò gli eccessi delle bande sanfediste del mugnaio-brigante Gaetano Mammone e dell’itrano Michele Pezza detto Fra Diavolo. Mammone era l’esponente locale di un movimento a base essenzialmente contadina, che con azioni di guerriglia contrastava i Transalpini, mentre il Cardinale Ruffo risaliva la penisola per restaurare la monarchia borbonica. La vita del Mammone è stata un vero campionario di sadismo, di ferocia e di raffinata crudeltà; egli è stato descritto come un mostro antropòfago ed elementi leggendari sono andati purtroppo ad inquinare la sua figura storica; si racconta che avesse ucciso 455 persone e che avesse sempre appeso alla cintura un teschio delle sue vittime, dal quale beveva ad ogni pasto sangue umano, anche il suo, quando lo salassavano.

Addirittura, quando mangiava, aveva sempre davanti un palpitante cuore umano. In ogni caso ostacolò fortemente i Francesi, tanto da indurli a compiere una vera e propria carneficina nella chiesa di San Lorenzo, presso l’Isola di Sora, l’odierna Isola del Liri; correva l’anno 1799, si era nell’infausto 12 maggio, 533 isolani, fra i quali una cinquantina di donne, salirono alla Reggia Celeste, e gli altri si nascosero sul Colle "San Sebastiano", nei pressi della torre di " Màrica", attorno alla quale giravano in continuazione per dare una parvenza di superiorità ai nemici che si trovavano ai piedi del rilievo. La singolare costruzione difensiva è ancora visibile ed è ubicata nei pressi della contrada San Domenico. Altro acerrimo nemico dei Transalpini fu proprio Michele Pezza di Itri, detto Fra Diavolo, divenuto leggendario per la spericolata audacia da lui mostrata in combattimento e l’estrosità di certe sue imprese che compì travestito da frate, da cui il soprannome. I Francesi arrivarono comunque in queste zone ed arrecarono indubbi benefici alla città; Sora fu fatta capoluogo di un territorio che arrivava fino a Colli al Volturno; in più, i Transalpini innovarono l’amministrazione pubblica e resero l’istruzione obbligatoria e gratuita, oltre a rivoluzionare le registrazioni anagrafiche e la sepoltura dei cadaveri. Inoltre, dalla Francia vennero anche brillanti e geniali industriali che impiantarono, soprattutto nella località "Carnello", industrie cartarie e tessili.

Passiamo al 1860, all’arrivo dei Piemontesi, contrastati dall’ultimo baluardo del legittimismo borbonico, Luigi Alonzi, detto "Chiavone"; con le sue azioni di guerriglia doveva favorire il ritorno della monarchia borbonica; questo però non avvenne e Chiavone fu ucciso dagli stessi legittimisti. Successivamente, la prima Guerra Mondiale vedrà molti Sorani partire senza fare più ritorno, immolatisi per la loro Patria imporporando con il loro sangue i campi di battaglia, mossi da ardore vivissimo per la gloria d’Italia, da quella scintilla che infiammava il loro cuore e dal sacro dovere che è l’amor di Patria.

Lo sconvolgimento tellurico del 1915 e le nuove esigenze del traffico hanno quasi ridisegnato la città, con il corso dei Volsci risalente al 1927 e via Pasquale Fosca di poco successiva, ottenuta dal taglio dello sperone roccioso che da Sant’Antonio Abate arrivava fino a Torrevecchia .

La seconda Guerra Mondiale ha portato altri lutti alla città e distruzioni operate dai tedeschi in ritirata, ma dalle ceneri di questa tragedia la città è risorta per salutare l’alba di una nuova era, ricca di pace e di prosperità e per costruire un futuro migliore.

Il dopoguerra ha riservato alla cittadina un’industrializzazione notevole e l’irrigazione razionale delle campagne.

Oggi Sora è una città tranquilla e ordinata, che cresce verso la campagna circostante e con la squadra di calcio in forte ascesa, che fa puntare sulla città i riflettori della celebrità.

Il progresso ha travolto molte tradizioni, come l’artigianato locale (la lavorazione del ferro, del rame, ecc.).

Famosissimi artigiani nella lavorazione del rame sono stati i fratelli Alfieri, con la loro fabbrica di pompe irroratrici; si trattava di irroratrici a zaino, azionate manualmente, utilizzate soprattutto per irrorare le viti con la poltiglia bordolese.

Adesso le irroratrici sono di fabbricazione industriale o addirittura sostituite da motopompe azionate da motori endotermici od elettrici.

Inoltre, chi non ricorda le pentole di rame stagnate internamente? La stagnatura veniva effettuata per evitare il contatto del rame con il cibo, in quanto tutti i composti del fulvido metallo sono tossici.

Gli Alfieri erano una casta, una famiglia in cui il mestiere si tramandava di padre in figlio; dal capomastro Vincenzo il Ramaio, operante quasi cento anni fa, a Donato fino all’ultima generazione, Antonio e Giuseppe.

Purtroppo quest’ultimo è andato ad ingrassare i cavoli ed oggi Antonio da solo continua quotidianamente a confrontarsi con il suo amico rame, plasmandolo e traendone le forme più disparate; e prosegue con indomita passione ad esercitare quell’attività, con una grande padronanza ed una vastissima esperienza, custode di segreti del mestiere e di cognizioni tramandategli, le cui origini si perdono nella notte dei tempi, fino alla preistorica Età del Rame, quando, migliaia di anni fa, l’uomo cominciò a dominare ed asservire il fulvo metallo alle sue necessità.

Quanti mutamenti!

Qualche decennio fa, la bottega degli Alfieri era affollata da giovani apprendisti, che potevano al tempo stesso esprimere la loro creatività e la loro abilità ed apprendere un mestiere redditizio. Ma le lavorazioni industriali hanno stroncato queste aspirazioni, mortificato queste aspettative. Allora si producevano la pentola, il paiolo, la conca; questi oggetti poi venivano sapientemente battuti.

 

 


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