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Itinerario turistico II |
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Intanto, già
nel XVI secolo, iniziò lo sviluppo urbanistico della contrada. La
costruzione sacra era in pessime condizioni quando nel 1765, dopo essere
stata abbattuta, fu ricostruita dall’architetto svizzero Cristoforo De
Donatis; i lavori durarono fino al 1770. Il tempio
è in stile barocco, ad una sola navata, con cappelle laterali; alla base
della cupola, in quattro riquadri triangolari, il pittore sorano Pietro
Biancale (1830-1904) realizzò le immagini dei quattro
Evangelisti. Sono
conservati all’interno dell’edificio sacro anche un quadro di Paolo
Antonio Sperduti, rappresentante la Madonna col Bambino, San Silvestro Papa
e San Domenico Abate ed una tela del pittore romano Cavicchia. L’edificio
conserva anche la ceramica settecentesca raffigurante la Madonna Incoronata
col Bambino; la storia dell’immagine sacra è veramente interessante: nel
1700, in occasione del Giubileo di Clemente XI, Francesco Altobelli ed altri
abitanti della contrada Selva si recarono a Roma; qui l’Altobelli comprò
questa immagine di argilla cotta della Madonna Incoronata con il Bambino e
la fece benedire dal Papa. Tornato a casa, l’Altobelli costruì una
cappellina in un angolo del suo terreno e vi collocò la sacra
raffigurazione; e, secondo la tradizione, cominciarono a verificarsi molti
miracoli, ma anche attriti fra le famiglie della zona; contrasti che il
Vescovo del tempo, Monsignor Scipione Sersale, intese risolvere portando qui
processionalmente la sacra riproduzione dalla contrada Selva nel 1738.
Recentemente, l’edificio è stato sottoposto ad alcuni restauri. Qui il 20
giugno 1825 fu battezzato Luigi Alonzi, divenuto poi il celeberrimo
"Brigante Chiavone". La presenza della torre difensiva a cui
abbiamo accennato ha dato corpo ad una leggenda. Si parla infatti di un
ipotetico passaggio segreto che, partendo dal sotterraneo della cappella di
San Francesco, porterebbe alla cima del Monte "Santi Casto e
Cassio". A proposito di elementi leggendari e mitologici, proprio nella
medesima piazza si affaccia una costruzione, dal lato della scalinata "Antonio Zincone"
che scende verso il fiume, sulla quale possiamo ammirare, al vertice della
copertura, proprio allo spigolo del cornicione, una sorta di doccione, una
decorazione rappresentante una figura
inquietante, e dall’altro lato
rispetto alla facciata, facente da cornice ad una finestra, nella parte
superiore della medesima, un’aquila che regge un
serpente, e, poco più in
là, una donna appena abbozzata sull’intonaco. Queste raffigurazioni hanno
un valore apotropaico o simbolico, tendenti a scacciare influenze nefaste o
a frenare forze ostili della natura. Per chi volesse saperne di più, su
costruzioni che destano particolare interesse, può servirsi dell’ufficio
tecnico erariale, comunemente detto catasto, e delle Conservatorie dei
registri immobiliari. Tramite l’ufficio tecnico erariale e le piantine che
realizza, si può venire a conoscenza degli identificativi catastali che
caratterizzano un immobile: foglio, numero, detto anche mappale, e
suddivisioni. Nella consultazione per particella attuale si fa riferimento
agli atti notarili che contraddistinguono quella costruzione, quindi tramite
l’archivio notarile distrettuale si può risalire ai rogiti che hanno
interessato i passaggi di proprietà di quell’immobile, e quindi arrivare
a sapere anche i precedenti possessori. C’è anche un altro sistema:
utilizzare la conservatoria dei registri immobiliari di Santa Maria Capua
Vetere (CE). Mediante questi accorgimenti, si può davvero tracciare,
attraverso documenti, la vera storia di ogni palazzo e riuscirne a capire
anche i vari aspetti, venendo a conoscenza dei dati riguardanti proprietari
ed inquilini. Lungo la scalinata medesima, sulla destra scendendo, si può
vedere la casa natale di colui che ha dato il nome all’arteria urbana.
Nato a Sora il 23 luglio 1848, Antonio Zincone fu un illustre studioso di
anatomia, materia che insegnò per tanti anni presso l’Università di
Messina, dove venne a mancare il 28 dicembre 1908 nel disastroso
sconvolgimento tellurico che in quell’anno colpì la città siciliana. Da
piazza San Silvestro, entriamo in vicolo Bellisario e ci affacciamo nel
vicoletto Mammandora, caratteristico per i due archi policentrici in
travertino e la scalinata in pietra viva, che porta al piano superiore. Non
trascuriamo, percorrendo questi nervi del centro storico, le deliziose
raffigurazioni sacre e profane sulle pareti delle costruzioni, e gli ultimi
esempi di un artigianato glorioso, i battenti, qualche particolare dei
portoni d’ingresso ed i
portali, alcuni dei quali recano le iniziali dei
proprietari nelle chiavi di volta; ed in base agli anni riportati, di
costruzione o di restauro, possiamo farci un’idea anche dello sviluppo
urbanistico cittadino. Un censimento di questi capolavori
dell’artigianato, una loro statistica descrittiva, una loro catalogazione
sarebbe controproducente, in quanto toglierebbe al lettore ed al visitatore
il gusto di individuarli e di analizzarli e la sorpresa e lo stupore di
fronte a realizzazioni simili. Questo rione è stato eternato dall’ìnclito
parnaside vernacolo Riccardo Gulia, salito al Paradiso, al cielo, nel 1987,
ma dopo averci lasciato superlative testimonianze della sua vena poetica e
del suo sviscerato amore per Sora. Scendiamo adesso attraverso sopportico Capizzo,
dove anticamente si realizzavano delle ceramiche che qualche collezionista
ancora possiede. In più, nello stesso sopportico, su una porta si può
scorgere una croce: ciò fa riferimento ad una persona che si suicidò,
infatti Capizzo deriva da capezza, o meglio cavezza, la fune
dell’impiccato. Sbocchiamo quindi in via Borgo San Rocco, e anche qui
possiamo soffermarci sui portali che fanno riferimento alla data di
costruzione delle abitazioni o di loro successivi restauri. Questa era la
zona degli artigiani, insieme a lungoliri Rosati. Artieri che erano
depositari di segreti che si perdevano nella notte dei tempi; addirittura i
ramai conoscevano la ramatura chimica, che consiste nel seguente fenomeno:
dal lato storico è interessantissimo questo fatto, un caso di spostamento
che dagli alchimisti era addotto quale dimostrazione della possibilità di
trasmutare gli elementi. è un tipo di reazione definita "fenomeno di
violenza chimica": un elemento attacca un composto per scacciare uno
dei suoi componenti e insediarvisi a sua volta. Si scioglie del solfato di
rame (cristalli azzurri usati in viticoltura) in acqua, e nella soluzione si
immerge un qualsiasi oggetto di ferro. Quest’ultimo si ricopre ben presto
di uno strato di rame; gli alchimisti dicevano che il ferro si era
trasformato in rame. Oggi sappiamo che è avvenuto uno scambio, dal solfato
di rame (azzurro) e dal ferro abbiamo ottenuto solfato di ferro (verde) e
rame. I due solfati rimangono sempre sciolti in acqua. Altre due
applicazioni sono le seguenti: prendiamo un oggetto di rame ed immergiamolo,
fino a ricoprirlo, in un recipiente contenente succo di limone o aceto;
aspettiamo alcuni minuti e tiriamo fuori il nostro oggetto scintillante. In pratica,
l’ossigeno presente nell’aria forma, sugli oggetti di rame, una patina
che prende il nome di ossidazione. L’acidità del succo di limone agisce
chimicamente e rimuove l’ossido di rame, restituendo l’oggetto tanto
splendente che sembra nuovo. Diversamente, mettiamo un oggetto o alcune
monetine di rame nel recipiente, versiamo il succo di limone oppure
l’aceto ed aggiungiamo un pizzico di sale, lasciando riposare tutto per
qualche minuto; prendiamo un chiodo pulito e lucido ed immergiamolo nel
recipiente; dopo una quindicina di minuti, tiriamo fuori il chiodo e lo
vedremo ricoperto da una patina di rame, perché il rame dell’oggetto
interagisce con l’acido del succo di limone, fino a formare un nuovo
composto chimico (il citrato di rame). Quando immergiamo il chiodo nella
soluzione, il nuovo composto si fissa sulla sua superficie, formando un
sottile strato abbastanza resistente. Sarebbe assurdo passare da queste
cognizioni dei nostri artieri del rame ad un gruppo di alchimisti, però la
situazione fa galoppare non poco la fantasia. Uscendo dal Borgo, giriamo a
destra, e ci troviamo in via Spinelle: anche qui sono interessanti alcuni
portali ed alcune targhette applicate sulle ante dei portoni riproducenti la
Basilica di San Pietro, l’iscrizione di costantiniana memoria "In hoc
signo vinces" ed una mano benedicente. Fanno riferimento al fatto che
negli anni Cinquanta una statua della Madonna girò le case della zona,
accolta con devozione dagli abitanti, e quelle targhette ne sono il ricordo.
Per tornare in centro, ci inoltriamo in via Borgo
San Rocco e diamo un’occhiata all’omonima chiesa, eretta nel
1430, con dimensioni più modeste, per volontà della pia vedova Servilia.
Il culto di questo santo, nato a Montpellier, aveva avuto inizio nella sua
città nel 1421, in Ciociaria si diffuse ampiamente nel 1400 e poi nei
secoli successivi, perché San Rocco proteggeva i fedeli dalla peste. La
chiesa attuale fu ricostruita tra il 1750 ed il 1754, con l’intervento
dell’architetto svizzero Cristoforo De Donatis, e poi ancora restaurata più
volte. Presenta una sola navata con abside, nella quale è posta la statua
policroma lignea del santo. Nel corno del vangelo, a sinistra del
celebrante, si ammira un affresco risalente alla fine del secolo XIX ed
eseguito dal sorano Pietro Biancale; San Rocco intercede per gli appestati.
Nel dipinto, restaurato da Pietro Caringi, è rappresentata la scena di una
moltitudine colpita dalla peste. In primo piano è San Rocco, che alza la
mano non soltanto per intercedere, ma anche per fermare il flagello; in alto
scorgiamo l’Angelo della morte, l’Angelo giustiziere, armato di una
lunga spada. Dio, simboleggiato come fonte luminosa, risplende con raggi
taglienti. Sulla destra si nota il gruppo della madre e del bambino, privi
di vita. La raffigurazione è percorsa da luci tragiche, espressione di un
tormento interiore e di un continuo spirito di ricerca, una sorta di sforzo
verso la spiritualità pura, con un forte senso di dolore e di esasperazione
che da quello sforzo emana. L’inquieto dinamismo delle figure degli
appestati, nel loro senso di disperazione, il ritmo dei loro arti piegati
intensificano la drammaticità della scena; soltanto la fiammeggiante e
purificatrice luce divina rompe il tragico panorama. Il complesso pittorico,
per quanto cupo, non manca comunque di vivacità narrativa e di senso della
composizione. L’autore è stato animato da una concezione sofferta
dell’uomo e del mondo, anzi si direbbe che dentro l’opera che ha
realizzato circoli il suo stesso pensiero, con i suoi più segreti silenzi e
le sue più intime meditazioni. L’altro affresco di Pietro Biancale, nel
corno dell’epistola, a destra del celebrante, è San Rocco morente in
carcere, dove il Taumaturgo trascorse gli ultimi anni della sua esistenza.
Ma nel buio della prigione, ai suoi piedi, si trova il suo fedele cane e
l’Angelo consolatore, che conforta il santo e gli sorride. Nell’affresco
vi sono poi le figure di altri angeli, uno dei quali solleva con le mani fra
le nubi una corona, giusto premio per una persona che aveva consacrato se
stessa a Dio ed alla carità per il prossimo. Sulla sommità dell’abside,
si distende il grande affresco (restaurato) di Bernardo Biancale
(1869-1959), di scuola napoletana, con il Taumaturgo francese che prega la
Madonna a favore degli appestati. Al di sopra di un’umanità affranta per
l’imperversare dell’epidemia, la Madonna si innalza in cielo con il
bambino, seguita a sua volta dagli Angeli attaccati al suo manto. Tutta la
composizione è essenzialmente drammatica e pessimistica, e mentre nel cielo
si diffondono delle nuvole scure, si consuma la tragedia degli appestati.
Questa cupa atmosfera si può facilmente spiegare se si pensa al terremoto
della Marsica, che da poco aveva distrutto Sora, ed ai tanti lutti provocati
da anni di guerra. Nel dipinto l’autore inserì i volti di alcuni parenti
e conoscenti. A Bernardo si devono anche i sei medaglioni (posti in
corrispondenza delle sei finestre della chiesa): San Francesco; San Cirillo
di Alessandria; Sant’Emidio, protettore dai terremoti; San Domenico da
Foligno; San Giuliano; Santa Restituta, patrona di Sora. Sempre al Biancale
appartengono anche le strisce figurate, due rosoni e due dipinti che
occupano lo spazio di fondo, ma soprattutto, sulla volta, l’affresco
"La donna con l’orologio". Nella donna è simboleggiata la
stessa Sora, denudata e desolata per i danni del terremoto e della Grande
Guerra. L’edificio, sul fondo del dipinto, sembra riunire in sé due
caratteristiche delle più importanti chiese di Sora: il campanile della
Cattedrale e l’orologio della distrutta chiesa di Santa Restituta. L’orologio
indica, tuttavia, anche l’inesorabile fluire del tempo e la caducità
delle cose terrene. I due Angeli, in una scena così tragica, non si sa bene
se siano gli araldi della rinascita o gli annunciatori di un giudizio
universale. L’affresco è espressione di un tormentato travaglio religioso
dell’autore. Ai piedi
della statua di San Rocco, notiamo un cagnolino che reca in bocca una
pagnottella: questo particolare si riferisce alla tradizione secondo cui,
quando San Rocco giaceva malato di peste presso Piacenza, un cane del nobile
Gottardo Pallastrelli, che aveva libero accesso alla mensa del padrone, gli
sottraesse del cibo e lo portasse a San Rocco ammalato. Una volta il cane fu
seguito dall’incuriosito padrone, che con grande sorpresa scoprì di
trovarsi di fronte ad un uomo di Dio, e diventò un suo seguace, rinunciando
a tutti i suoi beni e vivendo miseramente. Più tardi finì la sua vita
sulle Alpi, dando il suo nome ad una delle più belle vette della maestosa
catena montuosa, il San Gottardo. Una diversa tradizione afferma che fosse
Gottardo stesso a mandare il cibo al santo servendosi del cane. La statua di
San Rocco è inoltre caratterizzata da due conchiglie; sono segni di
pellegrinaggio, infatti il santo era venuto a Roma, ma nel Medioevo
un’importante meta di pellegrinaggio era anche Santiago di Compostella, in
Spagna, ed il simbolo di San Giacomo, venerato in quella città, era una
particolare conchiglia che i pellegrini dovevano esibire per dimostrare di
aver raggiunto la costa spagnola; la capasanta (da "cap ‘e sant",
"Capo del Santo") detta anche "coquille Saint-Jacques".
Per la verità, chi voleva quelle conchiglie doveva andarle a prendere a
Capo Finisterre, perché Santiago di Compostella non si trovava proprio
sulla costa, quindi i più volenterosi coprivano l’ulteriore distanza fra
i due luoghi. E questa conchiglia si chiama ancora oggi conchiglia dei
pellegrini, pettine, Pecten Jacobeus, conchiglia di San Giacomo. Da questa
peculiarità, di testimone di un avvenuto pellegrinaggio nel Nord-Ovest
della Spagna, divenne il simbolo del pellegrinaggio in generale, a Santiago
di Compostella, ma anche a Roma. Ancora
oggi, i pellegrini che vanno a Santiago si devono munire di una credenziale,
e, come vuole la tradizione, hanno al collo una conchiglia di
riconoscimento, prezioso lasciapassare in tante situazioni. E la stessa
conchiglia è ripetutamente presente nella fascia decorativa che si snoda
all’interno della chiesa di San Rocco, dove possiamo ammirare anche un
artistico ambone liturgico in noce, risalente ad una quindicina di anni fa,
realizzato dal grande intagliatore sorano Marcello Lucarelli. I
festeggiamenti in onore del santo si tengono il 16 agosto. Ci troviamo
ora nel lungoliri Giuseppe Rosati, dove abitano i discendenti, in linea
collaterale, di uno dei più grandi artisti di Sora: Pasquale Fosca, che
nella nostra città nacque il 20 agosto 1852. La sua famiglia si trasferì
poi a Napoli, dove lui frequentò le lezioni serali dell’Istituto di Belle
Arti. Ebbe modo così di esprimere il suo innato talento e divenne un grande
artista, anche se fortemente osteggiato dall’invidia di colleghi meno
capaci e non sufficientemente supportato da critici parziali e senza
scrupoli. Eseguì busti di grandi personaggi, anche se è nel campo della
scultura che raggiunse il suo apice: le sue opere più famose sono il
"Vecchietto di Sora" al Museo di Copenaghen, e la "Mater
Redemptoris", la Madonna col Bambino, una colossale statua bronzea alta
più di due metri, che si trova nella chiesa di Santa Cecilia a San Paolo
del Brasile. Una
pregevole scultura del Fosca, "San Giuseppe con il Bambino Gesù sul
braccio sinistro", è stata per tanti anni conservata nell’Ospedale
Civile "Santissima Trinità". Di lui possiamo ammirare, nella
nostra città, nella villa "Santa Chiara", anche un’altra
realizzazione: il busto di Amedeo Carnevale, raffigurato con aria fiera e
l’intelligenza che ne filtra imperiosa. L’artista si suicidò nel 1929 a
San Paolo del Brasile, dopo tante sofferenze e peregrinazioni attraverso
Inghilterra e Stati Uniti. Nel lungoliri Rosati è nato anche, il 14 luglio
1894, Antonio
Camillo Valente, battezzato, il 30 luglio dello stesso anno, in
casa per nobiltà di casato. Gli furono padrini Anastasio Castrucci e Maria
Campanari. Il Valente è stato un grande architetto, scenografo (di cinema e
di teatro), pittore, costumista, scenotecnico, giornalista; a Parigi ha
lavorato con le avanguardie ed esposto alla XIIIa
Esposizione "Artistes Decorateurs". A Berlino ha presentato alla
galleria "Der Sturm" una serie di disegni; tornato in Italia, ha
lavorato nel Teatro degli Indipendenti, fondato a Roma, nel 1922, dal
frusinate Anton Giulio Bragaglia con l’intento di sperimentare moduli
scenografici d’avanguardia e di rappresentare opere di autori italiani
contemporanei. A New York ha esposto alla International Theatre Exposition
con Braque, Picasso, Picabia e Nagy. Ha inoltre realizzato nel 1928 il Carro
di Tespi, il teatro viaggiante, una ingegnosissima e geniale macchina
teatrale, palcoscenico mobile, che ha rivoluzionato in maniera determinante
il teatro, ma ha avuto anche l’obiettivo di far conoscere questa
espressione artistica in tutta Italia, portandola in luoghi prima
impensabili e rendendola accessibile a tutti, accostandovi soprattutto i
ceti popolari, in quanto allora si rivendicava il ruolo pubblico e la
funzione civile del teatro. Qualcuno ricorda addirittura il capolavoro
valenziano posizionato nei pressi dello stadio comunale, inviato nella
nostra città dal suo illustre Figlio. Altro frutto del suo luminoso ingegno
è la Pisorno, la prima città del cinema in Italia, a Tirrenia, una
frazione di Pisa; ha inoltre progettato grossi impianti cinematografici
anche a Roma, Napoli, Venezia ed all’estero. Creazione del suo
straordinario intelletto è pure il Centro Sperimentale di Cinematografia di
Roma, di cui divenne Direttore nel 1957 e dove è stato anche docente di
Scenotecnica e Scenografia dal 1935 al 1968; inoltre a lui si devono i
teatri di posa De Paolis, Safa Palatino, di Bucarest. Ha lavorato al Maggio
Musicale Fiorentino ed è stato scenografo cinematografico accanto a Joseph
Losey ed ha realizzato scenografie e costumi per balletti e per prosa. Si è
occupato di urbanistica, costruendo oltre 150 ville, alberghi e complessi di
ogni genere e 160 teatri e moderne sale cinematografiche, operando non
soltanto in Italia, ma anche all’estero; inoltre ha realizzato il centro
residenziale "Quarto Caldo" a San Felice Circeo ed il piano di
ricostruzione di Veroli, paese di origine della madre Cecilia Franchi, di
nobil prosapia. Attivo nel movimento futurista a Parigi, Berlino e Roma, ha
partecipato ad esposizioni e mostre in tutto l’orbe terracqueo, ottenendo
riconoscimenti di ogni genere. Dal punto di vista umano, Valente è stata
una figura in cui si concentravano tutte le migliori qualità del
gentiluomo: ricco di doti umane, animato da una profonda fede,
caratterizzato da capacità creative eccezionali e sorprendenti talenti, che
lui ha sempre saputo saldare insieme in una visione unitaria ed armonica. Veramente
è stato un genio poliedrico e proteiforme, dall’immensa crea-tività e
dalla multiforme inventiva, che ha lasciato segni e testimonianze della sua
forte presenza in ogni parte del mondo, a New York, Berlino, Parigi, Vienna,
Chicago, Bruxelles, nelle Bahamas, in Uruguay, ktl.. è passato a miglior
vita, il 30 giugno 1975, a Roma, amorevolmente assistito dalla devotissima
compagna Maddalena Del Favero, inconsolabile per l’immatura scomparsa; e
proprio lei ha sempre profuso tutte le sue energie e la più ampia dedizione
nella sistemazione scientifica, rigorosamente riorganizzata e razionalmente
ordinata, dell’enorme mole di materiale iconografico e di stampa
riguardante l’illustre personaggio, tanto da rendere agevole ogni ricerca
tendente a realizzare indagini sull’ìnclita figura. Ella ha veramente
eretto nel suo cuore un preziosissimo sacrario, nel quale custodisce
gelosamente le memorie dell’illustre scomparso, ne serba il ricordo
imperitùro e ne mantiene viva la forte presenza artistica. A lei va un
sincero e caldo ringraziamento per quello che fa e continua a fare,
costituendo un patrimonio per i posteri e meritando la loro deferente
riconoscenza. Il 31 maggio 1989 si è svolta la cerimonia per l’
intitolazione all’illustre Figlio di Sora dell’Istituto Statale d’Arte
della nostra città. Gli è stato inoltre dedicato il Parco ubicato nei
pressi del rione San Lorenzo. Ma Antonio Valente non è morto del tutto;
egli rivive non soltanto nelle ville che occhieggiano sulla costa del
Circeo, ma anche nel ricordo di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo,
nelle tracce, nei segni, nelle testimonianze e nella memoria del suo
insuperabile talento espresso in mille modi durante il suo fulgido transito
terrestre. Il suo spirito ondivago ed artisticamente irrequieto, la sua
indelebile impronta di artista versatile ed eclettico, la magia delle sue
sbalorditive intuizioni, il fascino delle sue singolari invenzioni e
l’audacia di una sofisticatissima, straordinaria e rinnovatrice
scenografia lo hanno sottratto all’oblìo in
perpetuum e gli hanno fatto varcare i confini nazionali ed ora egli
giganteggia nel mondo della gloria, dove soltanto i grandi uomini possono
stare e dove lui è entrato a pieno diritto. E le sue opere architettoniche,
caratterizzate da spirito di versatile modernità e razionalità, ce lo
mostrano come un artista sempre proteso verso il futuro, tanto da
interpretare ed anticipare mode, tecniche e pensieri, che ha saputo
prevedere, ma non ha potuto vedere perché rapito nella Reggia Celeste. Imbocchiamo adesso il corso dei Volsci, realizzato in epoca fascista, come si può desumere dalla presenza dei fasci littori sopra i pali della pubblica illuminazione, e da alcune frasi riportate sui palazzi, come "Labor omnia vincit anno VI", in cui il riferimento cronologico è all’Era fascista, quindi 1928, in quanto, dopo la Marcia su Roma, ebbe inizio un nuovo calendario, usato nelle iscrizioni, negli atti notarili, ecc.. Torniamo al principio dell’importante arteria del centro urbano e subito ci troviamo davanti alla chiesa di San Bartolomeo, restaurata alcuni anni fa, e che custodisce tanti tesori. Viene fatta risalire al 1075, e, secondo la tradizione, fu costruita nel punto in cui sorgeva la casa di Eufemia, pia vedova, e del suo unico figlio Cirillo, che accolsero Santa Restituta, venuta da Roma a Sora sulle ali di un angelo. Inoltre, in questa chiesa fu battezzato il Cardinale Cesare Baronio, e nel 1580, come ci ricorda una lapide, fu sepolta la madre, Porzia Febonia, alla quale è intitolata anche la via posta alla destra del tempio, per chi vi accede. Nella sacra costruzione è conservato il "Cristo Morente", un Crocifisso ligneo, in castagno, attribuito a Tiberio Calcagni (Firenze 1532 - Roma 1565), discepolo di Michelangelo Buonarroti. Donato nel 1564 dall’illustre Principe della Chiesa Cesare Baronio alla Congregazione della Carità, da egli stesso istituita, il capolavoro è in grandezza naturale ed è stato restaurato una quindicina di anni fa. Ha la particolarità di aver colto Nostro Signore Gesù Cristo nel momento di massima sofferenza, con la testa reclinata, mentre sta esalando l’ultimo respiro. Nel tempio abbiamo anche una pisside di argento dorato, donata da Camillo e da Porzia Febonia, genitori del Cardinale. Possiamo poi ammirare il quadro "Madonna del Divino Amore", opera di un celebre artista, Sebastiano Conca (Gaeta 1680 circa - Napoli 1764), che fu particolarmente attivo a Roma. Infine, nell’Archivio parrocchiale, è custodita la più antica pergamena di Sora, un atto notarile risalente al 1272, trattante la cessione in canone da parte del Capitolo di San Bartolomeo, e con il consenso dell’episcopio, di un proprio terreno, situato nella contrada Agnone (o Tófaro), in favore di Mastro Guglielmo e dei suoi eredi, in cambio di consistenti lavori di restauro eseguiti nella chiesa. Fra i parroci dei tempi passati, la Piève annovera anche il piissimo don Filippo Annessi (o Annessa), (1814-1880), instancabile operaio della vigna del Signore, Arciprete della Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo dal 10 aprile 1845 fino a quando l’accolse sorella morte. Egli fu fatto quasi oggetto di venerazione da parte del popolo, a cui fu molto vicino e di cui illuminò ogni giorno del misero transito terrestre, a tal punto da avviarsi verso l’elevazione agli onori degli altari. Le sue spoglie mortali riposano in un cubìcolo nei pressi dell’altare dedicato alla Madonna del Divino Amore. La figura di questo sacerdote è stata oggetto di una monografia, fortemente voluta e realizzata unicamente dall’attuale Arciprete, Don Donato Piacentini, che ha elevato un commosso martirologio, toccando vette baroniane per metodo scientifico, autorevolezza e precisione. Un’opera dall’impeccabile valore critico, artisticamente illustrata, caratterizzata da un ornato e forbito eloquio; ma il libro che Don Donato ha vergato con mirabile profondità non è soltanto l’apoteòsi di Annessi, ma anche un prezioso tassello di storia ecclesiastica locale, una ricerca sapientemente condotta che fa testo in quel campo. Don Donato Piacentini è un eccezionale ed instancabile ricercatore di memorie, zelante e devoto servo di Dio, carico di entusiasmo e con il cuore colmo di fede e di devozione.
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