Itinerario turistico II
Home ] Torna Su ] Introduzione ] Ecco Sora 1 ] Ecco Sora 2 ] Itinerario turistico I ] [ Itinerario turistico II ] Itinerario turistico III ] Itinerario turistico IV ] Itinerario turistico V ]


Torna Su

 

 

Intanto, già nel XVI secolo, iniziò lo sviluppo urbanistico della contrada. La costruzione sacra era in pessime condizioni quando nel 1765, dopo essere stata abbattuta, fu ricostruita dall’architetto svizzero Cristoforo De Donatis; i lavori durarono fino al 1770.

Il tempio è in stile barocco, ad una sola navata, con cappelle laterali; alla base della cupola, in quattro riquadri triangolari, il pittore sorano Pietro Biancale (1830-1904) realizzò le immagini dei quattro Evangelisti. Sono conservati all’interno dell’edificio sacro anche un quadro di Paolo Antonio Sperduti, rappresentante la Madonna col Bambino, San Silvestro Papa e San Domenico Abate ed una tela del pittore romano Cavicchia. L’edificio conserva anche la ceramica settecentesca raffigurante la Madonna Incoronata col Bambino; la storia dell’immagine sacra è veramente interessante: nel 1700, in occasione del Giubileo di Clemente XI, Francesco Altobelli ed altri abitanti della contrada Selva si recarono a Roma; qui l’Altobelli comprò questa immagine di argilla cotta della Madonna Incoronata con il Bambino e la fece benedire dal Papa. Tornato a casa, l’Altobelli costruì una cappellina in un angolo del suo terreno e vi collocò la sacra raffigurazione; e, secondo la tradizione, cominciarono a verificarsi molti miracoli, ma anche attriti fra le famiglie della zona; contrasti che il Vescovo del tempo, Monsignor Scipione Sersale, intese risolvere portando qui processionalmente la sacra riproduzione dalla contrada Selva nel 1738. Recentemente, l’edificio è stato sottoposto ad alcuni restauri. Qui il 20 giugno 1825 fu battezzato Luigi Alonzi, divenuto poi il celeberrimo "Brigante Chiavone". La presenza della torre difensiva a cui abbiamo accennato ha dato corpo ad una leggenda. Si parla infatti di un ipotetico passaggio segreto che, partendo dal sotterraneo della cappella di San Francesco, porterebbe alla cima del Monte "Santi Casto e Cassio". A proposito di elementi leggendari e mitologici, proprio nella medesima piazza si affaccia una costruzione, dal lato della scalinata "Antonio Zincone" che scende verso il fiume, sulla quale possiamo ammirare, al vertice della copertura, proprio allo spigolo del cornicione, una sorta di doccione, una decorazione rappresentante una figura inquietante, e dall’altro lato rispetto alla facciata, facente da cornice ad una finestra, nella parte superiore della medesima, un’aquila che regge un serpente, e, poco più in là, una donna appena abbozzata sull’intonaco. Queste raffigurazioni hanno un valore apotropaico o simbolico, tendenti a scacciare influenze nefaste o a frenare forze ostili della natura. Per chi volesse saperne di più, su costruzioni che destano particolare interesse, può servirsi dell’ufficio tecnico erariale, comunemente detto catasto, e delle Conservatorie dei registri immobiliari. Tramite l’ufficio tecnico erariale e le piantine che realizza, si può venire a conoscenza degli identificativi catastali che caratterizzano un immobile: foglio, numero, detto anche mappale, e suddivisioni. Nella consultazione per particella attuale si fa riferimento agli atti notarili che contraddistinguono quella costruzione, quindi tramite l’archivio notarile distrettuale si può risalire ai rogiti che hanno interessato i passaggi di proprietà di quell’immobile, e quindi arrivare a sapere anche i precedenti possessori. C’è anche un altro sistema: utilizzare la conservatoria dei registri immobiliari di Santa Maria Capua Vetere (CE). Mediante questi accorgimenti, si può davvero tracciare, attraverso documenti, la vera storia di ogni palazzo e riuscirne a capire anche i vari aspetti, venendo a conoscenza dei dati riguardanti proprietari ed inquilini. Lungo la scalinata medesima, sulla destra scendendo, si può vedere la casa natale di colui che ha dato il nome all’arteria urbana. Nato a Sora il 23 luglio 1848, Antonio Zincone fu un illustre studioso di anatomia, materia che insegnò per tanti anni presso l’Università di Messina, dove venne a mancare il 28 dicembre 1908 nel disastroso sconvolgimento tellurico che in quell’anno colpì la città siciliana. Da piazza San Silvestro, entriamo in vicolo Bellisario e ci affacciamo nel vicoletto Mammandora, caratteristico per i due archi policentrici in travertino e la scalinata in pietra viva, che porta al piano superiore. Non trascuriamo, percorrendo questi nervi del centro storico, le deliziose raffigurazioni sacre e profane sulle pareti delle costruzioni, e gli ultimi esempi di un artigianato glorioso, i battenti, qualche particolare dei portoni d’ingresso ed i portali, alcuni dei quali recano le iniziali dei proprietari nelle chiavi di volta; ed in base agli anni riportati, di costruzione o di restauro, possiamo farci un’idea anche dello sviluppo urbanistico cittadino. Un censimento di questi capolavori dell’artigianato, una loro statistica descrittiva, una loro catalogazione sarebbe controproducente, in quanto toglierebbe al lettore ed al visitatore il gusto di individuarli e di analizzarli e la sorpresa e lo stupore di fronte a realizzazioni simili. Questo rione è stato eternato dall’ìnclito parnaside vernacolo Riccardo Gulia, salito al Paradiso, al cielo, nel 1987, ma dopo averci lasciato superlative testimonianze della sua vena poetica e del suo sviscerato amore per Sora. Scendiamo adesso attraverso sopportico Capizzo, dove anticamente si realizzavano delle ceramiche che qualche collezionista ancora possiede. In più, nello stesso sopportico, su una porta si può scorgere una croce: ciò fa riferimento ad una persona che si suicidò, infatti Capizzo deriva da capezza, o meglio cavezza, la fune dell’impiccato. Sbocchiamo quindi in via Borgo San Rocco, e anche qui possiamo soffermarci sui portali che fanno riferimento alla data di costruzione delle abitazioni o di loro successivi restauri. Questa era la zona degli artigiani, insieme a lungoliri Rosati. Artieri che erano depositari di segreti che si perdevano nella notte dei tempi; addirittura i ramai conoscevano la ramatura chimica, che consiste nel seguente fenomeno: dal lato storico è interessantissimo questo fatto, un caso di spostamento che dagli alchimisti era addotto quale dimostrazione della possibilità di trasmutare gli elementi. è un tipo di reazione definita "fenomeno di violenza chimica": un elemento attacca un composto per scacciare uno dei suoi componenti e insediarvisi a sua volta. Si scioglie del solfato di rame (cristalli azzurri usati in viticoltura) in acqua, e nella soluzione si immerge un qualsiasi oggetto di ferro. Quest’ultimo si ricopre ben presto di uno strato di rame; gli alchimisti dicevano che il ferro si era trasformato in rame. Oggi sappiamo che è avvenuto uno scambio, dal solfato di rame (azzurro) e dal ferro abbiamo ottenuto solfato di ferro (verde) e rame. I due solfati rimangono sempre sciolti in acqua. Altre due applicazioni sono le seguenti: prendiamo un oggetto di rame ed immergiamolo, fino a ricoprirlo, in un recipiente contenente succo di limone o aceto; aspettiamo alcuni minuti e tiriamo fuori il nostro oggetto scintillante.

In pratica, l’ossigeno presente nell’aria forma, sugli oggetti di rame, una patina che prende il nome di ossidazione. L’acidità del succo di limone agisce chimicamente e rimuove l’ossido di rame, restituendo l’oggetto tanto splendente che sembra nuovo. Diversamente, mettiamo un oggetto o alcune monetine di rame nel recipiente, versiamo il succo di limone oppure l’aceto ed aggiungiamo un pizzico di sale, lasciando riposare tutto per qualche minuto; prendiamo un chiodo pulito e lucido ed immergiamolo nel recipiente; dopo una quindicina di minuti, tiriamo fuori il chiodo e lo vedremo ricoperto da una patina di rame, perché il rame dell’oggetto interagisce con l’acido del succo di limone, fino a formare un nuovo composto chimico (il citrato di rame). Quando immergiamo il chiodo nella soluzione, il nuovo composto si fissa sulla sua superficie, formando un sottile strato abbastanza resistente. Sarebbe assurdo passare da queste cognizioni dei nostri artieri del rame ad un gruppo di alchimisti, però la situazione fa galoppare non poco la fantasia. Uscendo dal Borgo, giriamo a destra, e ci troviamo in via Spinelle: anche qui sono interessanti alcuni portali ed alcune targhette applicate sulle ante dei portoni riproducenti la Basilica di San Pietro, l’iscrizione di costantiniana memoria "In hoc signo vinces" ed una mano benedicente. Fanno riferimento al fatto che negli anni Cinquanta una statua della Madonna girò le case della zona, accolta con devozione dagli abitanti, e quelle targhette ne sono il ricordo. Per tornare in centro, ci inoltriamo in via Borgo San Rocco e diamo un’occhiata all’omonima chiesa, eretta nel 1430, con dimensioni più modeste, per volontà della pia vedova Servilia. Il culto di questo santo, nato a Montpellier, aveva avuto inizio nella sua città nel 1421, in Ciociaria si diffuse ampiamente nel 1400 e poi nei secoli successivi, perché San Rocco proteggeva i fedeli dalla peste. La chiesa attuale fu ricostruita tra il 1750 ed il 1754, con l’intervento dell’architetto svizzero Cristoforo De Donatis, e poi ancora restaurata più volte. Presenta una sola navata con abside, nella quale è posta la statua policroma lignea del santo. Nel corno del vangelo, a sinistra del celebrante, si ammira un affresco risalente alla fine del secolo XIX ed eseguito dal sorano Pietro Biancale; San Rocco intercede per gli appestati. Nel dipinto, restaurato da Pietro Caringi, è rappresentata la scena di una moltitudine colpita dalla peste. In primo piano è San Rocco, che alza la mano non soltanto per intercedere, ma anche per fermare il flagello; in alto scorgiamo l’Angelo della morte, l’Angelo giustiziere, armato di una lunga spada. Dio, simboleggiato come fonte luminosa, risplende con raggi taglienti. Sulla destra si nota il gruppo della madre e del bambino, privi di vita. La raffigurazione è percorsa da luci tragiche, espressione di un tormento interiore e di un continuo spirito di ricerca, una sorta di sforzo verso la spiritualità pura, con un forte senso di dolore e di esasperazione che da quello sforzo emana. L’inquieto dinamismo delle figure degli appestati, nel loro senso di disperazione, il ritmo dei loro arti piegati intensificano la drammaticità della scena; soltanto la fiammeggiante e purificatrice luce divina rompe il tragico panorama. Il complesso pittorico, per quanto cupo, non manca comunque di vivacità narrativa e di senso della composizione. L’autore è stato animato da una concezione sofferta dell’uomo e del mondo, anzi si direbbe che dentro l’opera che ha realizzato circoli il suo stesso pensiero, con i suoi più segreti silenzi e le sue più intime meditazioni. L’altro affresco di Pietro Biancale, nel corno dell’epistola, a destra del celebrante, è San Rocco morente in carcere, dove il Taumaturgo trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. Ma nel buio della prigione, ai suoi piedi, si trova il suo fedele cane e l’Angelo consolatore, che conforta il santo e gli sorride. Nell’affresco vi sono poi le figure di altri angeli, uno dei quali solleva con le mani fra le nubi una corona, giusto premio per una persona che aveva consacrato se stessa a Dio ed alla carità per il prossimo. Sulla sommità dell’abside, si distende il grande affresco (restaurato) di Bernardo Biancale (1869-1959), di scuola napoletana, con il Taumaturgo francese che prega la Madonna a favore degli appestati. Al di sopra di un’umanità affranta per l’imperversare dell’epidemia, la Madonna si innalza in cielo con il bambino, seguita a sua volta dagli Angeli attaccati al suo manto. Tutta la composizione è essenzialmente drammatica e pessimistica, e mentre nel cielo si diffondono delle nuvole scure, si consuma la tragedia degli appestati. Questa cupa atmosfera si può facilmente spiegare se si pensa al terremoto della Marsica, che da poco aveva distrutto Sora, ed ai tanti lutti provocati da anni di guerra. Nel dipinto l’autore inserì i volti di alcuni parenti e conoscenti. A Bernardo si devono anche i sei medaglioni (posti in corrispondenza delle sei finestre della chiesa): San Francesco; San Cirillo di Alessandria; Sant’Emidio, protettore dai terremoti; San Domenico da Foligno; San Giuliano; Santa Restituta, patrona di Sora. Sempre al Biancale appartengono anche le strisce figurate, due rosoni e due dipinti che occupano lo spazio di fondo, ma soprattutto, sulla volta, l’affresco "La donna con l’orologio". Nella donna è simboleggiata la stessa Sora, denudata e desolata per i danni del terremoto e della Grande Guerra. L’edificio, sul fondo del dipinto, sembra riunire in sé due caratteristiche delle più importanti chiese di Sora: il campanile della Cattedrale e l’orologio della distrutta chiesa di Santa Restituta.

L’orologio indica, tuttavia, anche l’inesorabile fluire del tempo e la caducità delle cose terrene. I due Angeli, in una scena così tragica, non si sa bene se siano gli araldi della rinascita o gli annunciatori di un giudizio universale. L’affresco è espressione di un tormentato travaglio religioso dell’autore.

Ai piedi della statua di San Rocco, notiamo un cagnolino che reca in bocca una pagnottella: questo particolare si riferisce alla tradizione secondo cui, quando San Rocco giaceva malato di peste presso Piacenza, un cane del nobile Gottardo Pallastrelli, che aveva libero accesso alla mensa del padrone, gli sottraesse del cibo e lo portasse a San Rocco ammalato. Una volta il cane fu seguito dall’incuriosito padrone, che con grande sorpresa scoprì di trovarsi di fronte ad un uomo di Dio, e diventò un suo seguace, rinunciando a tutti i suoi beni e vivendo miseramente. Più tardi finì la sua vita sulle Alpi, dando il suo nome ad una delle più belle vette della maestosa catena montuosa, il San Gottardo. Una diversa tradizione afferma che fosse Gottardo stesso a mandare il cibo al santo servendosi del cane. La statua di San Rocco è inoltre caratterizzata da due conchiglie; sono segni di pellegrinaggio, infatti il santo era venuto a Roma, ma nel Medioevo un’importante meta di pellegrinaggio era anche Santiago di Compostella, in Spagna, ed il simbolo di San Giacomo, venerato in quella città, era una particolare conchiglia che i pellegrini dovevano esibire per dimostrare di aver raggiunto la costa spagnola; la capasanta (da "cap ‘e sant", "Capo del Santo") detta anche "coquille Saint-Jacques". Per la verità, chi voleva quelle conchiglie doveva andarle a prendere a Capo Finisterre, perché Santiago di Compostella non si trovava proprio sulla costa, quindi i più volenterosi coprivano l’ulteriore distanza fra i due luoghi. E questa conchiglia si chiama ancora oggi conchiglia dei pellegrini, pettine, Pecten Jacobeus, conchiglia di San Giacomo. Da questa peculiarità, di testimone di un avvenuto pellegrinaggio nel Nord-Ovest della Spagna, divenne il simbolo del pellegrinaggio in generale, a Santiago di Compostella, ma anche a Roma.

Ancora oggi, i pellegrini che vanno a Santiago si devono munire di una credenziale, e, come vuole la tradizione, hanno al collo una conchiglia di riconoscimento, prezioso lasciapassare in tante situazioni. E la stessa conchiglia è ripetutamente presente nella fascia decorativa che si snoda all’interno della chiesa di San Rocco, dove possiamo ammirare anche un artistico ambone liturgico in noce, risalente ad una quindicina di anni fa, realizzato dal grande intagliatore sorano Marcello Lucarelli. I festeggiamenti in onore del santo si tengono il 16 agosto.

Ci troviamo ora nel lungoliri Giuseppe Rosati, dove abitano i discendenti, in linea collaterale, di uno dei più grandi artisti di Sora: Pasquale Fosca, che nella nostra città nacque il 20 agosto 1852. La sua famiglia si trasferì poi a Napoli, dove lui frequentò le lezioni serali dell’Istituto di Belle Arti. Ebbe modo così di esprimere il suo innato talento e divenne un grande artista, anche se fortemente osteggiato dall’invidia di colleghi meno capaci e non sufficientemente supportato da critici parziali e senza scrupoli. Eseguì busti di grandi personaggi, anche se è nel campo della scultura che raggiunse il suo apice: le sue opere più famose sono il "Vecchietto di Sora" al Museo di Copenaghen, e la "Mater Redemptoris", la Madonna col Bambino, una colossale statua bronzea alta più di due metri, che si trova nella chiesa di Santa Cecilia a San Paolo del Brasile.

Una pregevole scultura del Fosca, "San Giuseppe con il Bambino Gesù sul braccio sinistro", è stata per tanti anni conservata nell’Ospedale Civile "Santissima Trinità". Di lui possiamo ammirare, nella nostra città, nella villa "Santa Chiara", anche un’altra realizzazione: il busto di Amedeo Carnevale, raffigurato con aria fiera e l’intelligenza che ne filtra imperiosa. L’artista si suicidò nel 1929 a San Paolo del Brasile, dopo tante sofferenze e peregrinazioni attraverso Inghilterra e Stati Uniti. Nel lungoliri Rosati è nato anche, il 14 luglio 1894, Antonio Camillo Valente, battezzato, il 30 luglio dello stesso anno, in casa per nobiltà di casato. Gli furono padrini Anastasio Castrucci e Maria Campanari. Il Valente è stato un grande architetto, scenografo (di cinema e di teatro), pittore, costumista, scenotecnico, giornalista; a Parigi ha lavorato con le avanguardie ed esposto alla XIIIa Esposizione "Artistes Decorateurs". A Berlino ha presentato alla galleria "Der Sturm" una serie di disegni; tornato in Italia, ha lavorato nel Teatro degli Indipendenti, fondato a Roma, nel 1922, dal frusinate Anton Giulio Bragaglia con l’intento di sperimentare moduli scenografici d’avanguardia e di rappresentare opere di autori italiani contemporanei. A New York ha esposto alla International Theatre Exposition con Braque, Picasso, Picabia e Nagy. Ha inoltre realizzato nel 1928 il Carro di Tespi, il teatro viaggiante, una ingegnosissima e geniale macchina teatrale, palcoscenico mobile, che ha rivoluzionato in maniera determinante il teatro, ma ha avuto anche l’obiettivo di far conoscere questa espressione artistica in tutta Italia, portandola in luoghi prima impensabili e rendendola accessibile a tutti, accostandovi soprattutto i ceti popolari, in quanto allora si rivendicava il ruolo pubblico e la funzione civile del teatro. Qualcuno ricorda addirittura il capolavoro valenziano posizionato nei pressi dello stadio comunale, inviato nella nostra città dal suo illustre Figlio. Altro frutto del suo luminoso ingegno è la Pisorno, la prima città del cinema in Italia, a Tirrenia, una frazione di Pisa; ha inoltre progettato grossi impianti cinematografici anche a Roma, Napoli, Venezia ed all’estero. Creazione del suo straordinario intelletto è pure il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, di cui divenne Direttore nel 1957 e dove è stato anche docente di Scenotecnica e Scenografia dal 1935 al 1968; inoltre a lui si devono i teatri di posa De Paolis, Safa Palatino, di Bucarest. Ha lavorato al Maggio Musicale Fiorentino ed è stato scenografo cinematografico accanto a Joseph Losey ed ha realizzato scenografie e costumi per balletti e per prosa. Si è occupato di urbanistica, costruendo oltre 150 ville, alberghi e complessi di ogni genere e 160 teatri e moderne sale cinematografiche, operando non soltanto in Italia, ma anche all’estero; inoltre ha realizzato il centro residenziale "Quarto Caldo" a San Felice Circeo ed il piano di ricostruzione di Veroli, paese di origine della madre Cecilia Franchi, di nobil prosapia. Attivo nel movimento futurista a Parigi, Berlino e Roma, ha partecipato ad esposizioni e mostre in tutto l’orbe terracqueo, ottenendo riconoscimenti di ogni genere. Dal punto di vista umano, Valente è stata una figura in cui si concentravano tutte le migliori qualità del gentiluomo: ricco di doti umane, animato da una profonda fede, caratterizzato da capacità creative eccezionali e sorprendenti talenti, che lui ha sempre saputo saldare insieme in una visione unitaria ed armonica.

Veramente è stato un genio poliedrico e proteiforme, dall’immensa crea-tività e dalla multiforme inventiva, che ha lasciato segni e testimonianze della sua forte presenza in ogni parte del mondo, a New York, Berlino, Parigi, Vienna, Chicago, Bruxelles, nelle Bahamas, in Uruguay, ktl.. è passato a miglior vita, il 30 giugno 1975, a Roma, amorevolmente assistito dalla devotissima compagna Maddalena Del Favero, inconsolabile per l’immatura scomparsa; e proprio lei ha sempre profuso tutte le sue energie e la più ampia dedizione nella sistemazione scientifica, rigorosamente riorganizzata e razionalmente ordinata, dell’enorme mole di materiale iconografico e di stampa riguardante l’illustre personaggio, tanto da rendere agevole ogni ricerca tendente a realizzare indagini sull’ìnclita figura. Ella ha veramente eretto nel suo cuore un preziosissimo sacrario, nel quale custodisce gelosamente le memorie dell’illustre scomparso, ne serba il ricordo imperitùro e ne mantiene viva la forte presenza artistica. A lei va un sincero e caldo ringraziamento per quello che fa e continua a fare, costituendo un patrimonio per i posteri e meritando la loro deferente riconoscenza. Il 31 maggio 1989 si è svolta la cerimonia per l’ intitolazione all’illustre Figlio di Sora dell’Istituto Statale d’Arte della nostra città. Gli è stato inoltre dedicato il Parco ubicato nei pressi del rione San Lorenzo. Ma Antonio Valente non è morto del tutto; egli rivive non soltanto nelle ville che occhieggiano sulla costa del Circeo, ma anche nel ricordo di quanti ebbero la fortuna di conoscerlo, nelle tracce, nei segni, nelle testimonianze e nella memoria del suo insuperabile talento espresso in mille modi durante il suo fulgido transito terrestre. Il suo spirito ondivago ed artisticamente irrequieto, la sua indelebile impronta di artista versatile ed eclettico, la magia delle sue sbalorditive intuizioni, il fascino delle sue singolari invenzioni e l’audacia di una sofisticatissima, straordinaria e rinnovatrice scenografia lo hanno sottratto all’oblìo in perpetuum e gli hanno fatto varcare i confini nazionali ed ora egli giganteggia nel mondo della gloria, dove soltanto i grandi uomini possono stare e dove lui è entrato a pieno diritto. E le sue opere architettoniche, caratterizzate da spirito di versatile modernità e razionalità, ce lo mostrano come un artista sempre proteso verso il futuro, tanto da interpretare ed anticipare mode, tecniche e pensieri, che ha saputo prevedere, ma non ha potuto vedere perché rapito nella Reggia Celeste.

Imbocchiamo adesso il corso dei Volsci, realizzato in epoca fascista, come si può desumere dalla presenza dei fasci littori sopra i pali della pubblica illuminazione, e da alcune frasi riportate sui palazzi, come "Labor omnia vincit anno VI", in cui il riferimento cronologico è all’Era fascista, quindi 1928, in quanto, dopo la Marcia su Roma, ebbe inizio un nuovo calendario, usato nelle iscrizioni, negli atti notarili, ecc.. Torniamo al principio dell’importante arteria del centro urbano e subito ci troviamo davanti alla chiesa di San Bartolomeo, restaurata alcuni anni fa, e che custodisce tanti tesori. Viene fatta risalire al 1075, e, secondo la tradizione, fu costruita nel punto in cui sorgeva la casa di Eufemia, pia vedova, e del suo unico figlio Cirillo, che accolsero Santa Restituta, venuta da Roma a Sora sulle ali di un angelo. Inoltre, in questa chiesa fu battezzato il Cardinale Cesare Baronio, e nel 1580, come ci ricorda una lapide, fu sepolta la madre, Porzia Febonia, alla quale è intitolata anche la via posta alla destra del tempio, per chi vi accede. Nella sacra costruzione è conservato il "Cristo Morente", un Crocifisso ligneo, in castagno, attribuito a Tiberio Calcagni (Firenze 1532 - Roma 1565), discepolo di Michelangelo Buonarroti. Donato nel 1564 dall’illustre Principe della Chiesa Cesare Baronio alla Congregazione della Carità, da egli stesso istituita, il capolavoro è in grandezza naturale ed è stato restaurato una quindicina di anni fa. Ha la particolarità di aver colto Nostro Signore Gesù Cristo nel momento di massima sofferenza, con la testa reclinata, mentre sta esalando l’ultimo respiro. Nel tempio abbiamo anche una pisside di argento dorato, donata da Camillo e da Porzia Febonia, genitori del Cardinale. Possiamo poi ammirare il quadro "Madonna del Divino Amore", opera di un celebre artista, Sebastiano Conca (Gaeta 1680 circa - Napoli 1764), che fu particolarmente attivo a Roma. Infine, nell’Archivio parrocchiale, è custodita la più antica pergamena di Sora, un atto notarile risalente al 1272, trattante la cessione in canone da parte del Capitolo di San Bartolomeo, e con il consenso dell’episcopio, di un proprio terreno, situato nella contrada Agnone (o Tófaro), in favore di Mastro Guglielmo e dei suoi eredi, in cambio di consistenti lavori di restauro eseguiti nella chiesa. Fra i parroci dei tempi passati, la Piève annovera anche il piissimo don Filippo Annessi (o Annessa), (1814-1880), instancabile operaio della vigna del Signore, Arciprete della Parrocchia di San Bartolomeo Apostolo dal 10 aprile 1845 fino a quando l’accolse sorella morte. Egli fu fatto quasi oggetto di venerazione da parte del popolo, a cui fu molto vicino e di cui illuminò ogni giorno del misero transito terrestre, a tal punto da avviarsi verso l’elevazione agli onori degli altari. Le sue spoglie mortali riposano in un cubìcolo nei pressi dell’altare dedicato alla Madonna del Divino Amore. La figura di questo sacerdote è stata oggetto di una monografia, fortemente voluta e realizzata unicamente dall’attuale Arciprete, Don Donato Piacentini, che ha elevato un commosso martirologio, toccando vette baroniane per metodo scientifico, autorevolezza e precisione. Un’opera dall’impeccabile valore critico, artisticamente illustrata, caratterizzata da un ornato e forbito eloquio; ma il libro che Don Donato ha vergato con mirabile profondità non è soltanto l’apoteòsi di Annessi, ma anche un prezioso tassello di storia ecclesiastica locale, una ricerca sapientemente condotta che fa testo in quel campo. Don Donato Piacentini è un eccezionale ed instancabile ricercatore di memorie, zelante e devoto servo di Dio, carico di entusiasmo e con il cuore colmo di fede e di devozione.

 

 

Indietro ] Torna Su ] Avanti ]
(Non è ancora possibile effettuare la ricerca)

Ricerca:

pietromargiotta@soraweb.it