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Itinerario turistico IV |
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Circa
l’agiografia della Santa, la si riporta brevemente: originaria di Roma,
figlia di Ethel e Dabia, si cognominava Frangipane. Portata a Sora, sulle
ali di un angelo, giunta in prossimità della casa della pia vedova Eufemia
e dell’unico figlio Cirillo, malato di lebbra (o di una grave forma di
elefantìasi, secondo altri), lo guarì e lo convertì al Cristianesimo. Per
mezzo della sua predicazione, anche altri abbracciarono il nuovo Credo.
Tutto questo provocò il sospetto dei Romani e del proconsole Agazio; egli
ordinò di cercare la santa e di condurla al suo cospetto. Quando la vide
davanti a sé, rimase affascinato dalla sua bellezza, e cercò di
persuaderla a rinnegare il suo Credo, in cambio della liberazione. La
Taumaturga non cedette, nonostante le minacce del proconsole, ed egli fece
arrestare altri tre (due secondo un’altra tradizione), compagni, fra i
quali Cirillo; anche loro furono minacciati, invano; Agazio si infuriò ed
ordinò di torturarli tutti e di flagellarli, fino a quando non avessero
abiurato. Furono quindi condotti nelle carceri, presso il tempio del dio
Sole, nei pressi quindi dell’attuale Cattedrale; e proprio qui, la sera
del 26 maggio, il simulacro della santa viene portato in processione; il
giorno dopo furono ricondotti al cospetto del proconsole; dopo averli invano
minacciati, resosi conto che essi erano fermissimi nella loro fede, li
condannò alla decapitazione con la spada. Condotta da
Sora verso Carnello, la santa, esausta, appoggiò la testa su una roccia di
arenaria, e quando fu evidentemente tirata via, lasciò alcune striature
sulla pietra, le impronte dei suoi capelli. Il masso del miracolo è ancora
visibile nel sotterraneo della chiesa di San Ciro, sotto una grata metallica
ed una copertura vitrea. La santa,
Cirillo ed altri due compagni (o uno) furono martirizzati sulla riva destra
del Fibreno il 27 maggio 275 e salirono a contemplare l’Intelligenza
Suprema e quelle celesti; furono sepolti da alcuni cristiani, esortati da
Amasio a raccogliere i corpi decapitati. Nel luogo dell’inumazione sarebbe
sorta successivamente la chiesa di Santa Restituta. Sette
giorni dopo, allo stesso Amasio, la Taumaturga apparve in sogno, dicendogli
di tornare sul luogo del martirio, dove avrebbe trovato le loro teste,
spinte a riva dalle onde, e di riunirle ai corpi. Sant’Amasio
raccontò la visione onirica ad alcuni cristiani e, raggiunto il luogo, essi
devotamente raccolsero le teste e le riunirono ai corpi. Dopo alcuni
secoli, si tentò di ritrovare le reliquie della santa; dopo i fallimenti
dei Presuli, Monsignor Orazio Ciceroni e Monsignor Girolamo Giovannelli,
l’impresa riuscì al Vescovo Monsignor Tommaso Guzoni, nel 1683. Dal 1771
le Sacre Spoglie, Sancta Sanctorum della spiritualità cristiana di Sora,
sono conservate in un’urna
marmorea, donata probabilmente dal Duca di Sora,
Gaetano Boncompagni Ludovisi. L’òmero sinistro ed i capelli della Santa
sono invece custoditi in un reliquiario d’argento. In occasione del 1700° anniversario del martirio, è stata effettuata l’ultima
ricognizione sulle spoglie della santa, il 28 maggio 1975, dalle ore 10:00
alle ore 12:00; alla presenza del compianto Vescovo Monsignor Carlo
Minchiatti, e dell’ìnclito ed indimenticabile Monsignor Gaetano Squilla,
teologo, Monsignor Carlo Ricciardi, Vicario Generale, Monsignor Vincenzo
Marciano, Preposto, Monsignor Dino Facchini, mai abbastanza lodato
Cancelliere della Curia; dei dottori Guido Lauri e Giulio Lilla Della
Monica, Medici Consulenti; e del Professor Claudio Basile e della signora
Emilia Patriarca, Testimoni. Sulla
facciata della chiesa, scolpito su lastre di marmo, è visibile il
privilegio di Carlo II d’Angiò, risalente al 13 novembre 1292, in base al
quale Sora fu dichiarata Città
Regia, soggetta al Regno di Napoli e di
Sicilia. Prima la nostra città era stata nelle mani del feudatario Giacomo di Bursone, ed il suo malgoverno, aveva esasperato i Sorani; si erano lamentati col sovrano, che aveva accolto le loro proteste emanando il provvedimento summenzionato. Inoltre nella facciata è visibile un bassorilievo raffigurante Iside, ritrovato in una zona a Nord della città, e ciò fa pensare ad un culto della dea egiziana praticato a Sora. Ai lati dell’edificio sacro abbiamo altri due toponimi che si rifanno alla storia di Sora: uno è piazza Alberto La Rocca. Nato a Sora il 30 gennaio 1924, il carabiniere La Rocca sacrificò se stesso per salvare la vita di dieci ostaggi in mano agli Alemanni. Infatti ad essi si consegnò quando venne a sapere che se non si fosse presentato al comando tedesco, gli ostaggi sarebbero stati fucilati; terribile sorte che egli consapevolmente affrontò a Fiesole il 12 agosto 1944, insieme a due compagni: il ventunenne Fulvio Sbarretti, di Nocera Umbra (PG) ed il ventiduenne Vittorio Marandola di Cervaro (FR). Nessuno ha amore più grande di colui che sacrifica la vita per gli altri! Alla gloriosa fiamma dell’Arma egli attinse forza e coraggio per il nobilissimo gesto. Dal lato opposto, via Attilio Regolo: simbolo della lealtà, passò alla storia nel 256 a.C., durante la prima Guerra Punica (264-241 a.C.). Egli riportò la fulgida vittoria navale di Ecnòmo, e passò in Africa con l’intenzione di impadronirsi di Cartagine. Fu sconfitto e catturato, ed i Cartaginesi, preoccupati per il gran numero di concittadini prigionieri del nemico e propensi ormai a pensieri di pace, inviarono a Roma un’ambasceria, con l’incarico di accordarsi con il Senato per uno scambio di prigionieri e, possibilmente, di avviare le trattative per la fine delle ostilità. Per questo appunto i Punici vollero aggiungere alla delegazione Attilio Regolo, affinché volesse perorare in Senato la causa della pace o quella dello scambio di prigionieri. Regolo partì, dopo avere pronunciato il giuramento richiestogli di fare ritorno a Cartagine, se non avesse avuto l’accettazione di almeno una delle due proposte. Arrivata a Roma l’ambasceria, Regolo non disse nulla per appoggiare la proposta avanzata dai Cartaginesi, ma avendo chiesto di conferire a parte con i Senatori, manifestò il suo parere che Roma non dovesse accettare alcuna proposta di accomodamento, giacché il nemico, ormai prossimo all’esaurimento delle forze, avrebbe dovuto presto arrendersi a discrezione. Dopo di ciò, decise di tenere fede al giuramento prestato e, ben prevedendo quale destino lo attendeva a Cartagine, insensibile alle preghiere dei Senatori e dei familiari, fece ritorno alla città nemica. Qui i Cartaginesi sfogarono su di lui la loro rabbia ed il loro rancore, facendolo perire tra i più atroci tormenti. Alcuni narrano che gli fossero state tagliate le palpebre e quindi esposto al sole ardente, in modo che gli occhi indifesi gli rimanessero irrimediabilmente bruciati; altri che fosse stato rinchiuso in un barile irto di chiodi e fatto rotolare per le vie della città; un terzo racconto dice invece che a Regolo fosse stato impedito di dormire tanto a lungo finché morì. Un’altra versione, più accreditata, dice che i Punici lo esposero nudo e lo ricoprirono di miele, abbandonandolo alle punture degli insetti e poi da una rupe lo scaraventarono in mare in una botte irta internamente di punte di ferro. Per questo motivo Attilio Regolo divenne un simbolo, per il suo gesto di fedeltà agli ideali di lealtà e di patria, nobilissimo comportamento pagato con la sua stessa vita. Sul suo conto abbiamo opinioni discordanti: secondo alcuni storici, egli nacque a Sora, secondo altri, come Arduino Carbone, egli non avrebbe legami con la nostra città e la paternità sorana sarebbe soltanto il frutto di cliologi senza scrupoli. In ogni caso, Sora può vantare tanti esempi di suoi figli che si sono sacrificati per la patria, infatti lo stemma comunale consiste in uno scudo recante tre fasce nere in campo bianco. Il loro significato è incerto: per alcuni, come l’illustre storico Achille Lauri, si tratterebbe di un’allusione alle distruzioni della città, ed a quel punto il numero tre sarebbe simbolico, essendo state le distruzioni una decina; per altri si riferiscono ai tre incendi della città voluti da Federico Barbarossa. In ogni caso si tratta di eventi negativi: lutti, terremoti, incendi. Lo scudo, a livello araldico, è di tipo sannitico moderno, obbligatorio per tutte le città dal 1943. Esso è inoltre contornato da una ghirlanda di alloro e sormontato da una corona pentaturrita, in quanto la nostra città è amministrativamente configurabile come comune, infatti la corona è eptaturrita per le città capoluogo di provincia. Sotto lo scudo, nel cartiglio, è riportato il motto "SORAEQUE JUVENTUS ADDITA FULGEBAT TELIS", "e la gioventù di Sora, aggiunta (agli altri guerrieri) brillava nelle sue armi", tratto da Le Guerre Puniche di Silio Italico (libro ottavo, versi 395-396), sublime attestazione del valore dei nostri antenati. A proposito di Attilio Regolo, qualcuno ne ha portato con onore il glorioso nome, dimostrando le stesse doti, virtù e coraggio, confermando pienamente che nomina sunt omina; infatti la nostra città può vantarsi di aver dato i natali ad Attilio Regolo Augusto Baldissera Roccatani, conosciuto più comunemente come Attilio Roccatani, anche se portava il glorioso appellativo degli imperatori e di un famoso generale italiano. Una vera curiosità antroponìmica! Roccatani è stato un grande asso del motociclismo, pilota tetragono, energico e volitivo, protagonista negli anni Venti di formidabili prestazioni e di prestigiosi riconoscimenti. Era nato nel 1896 da buona famiglia ed era un grande appassionato di sport; praticava infatti molte e diverse discipline, fermamente convinto della necessità di una buona preparazione fisica come base indispensabile per qualunque tipo di competizione. Volteggiava con maestria alle parallele e si dedicava anche al ciclismo, ma con la motocicletta fu il connubio ideale, che doveva portarlo a meritati trionfi e grosse soddisfazioni in tutta Italia. Quel mezzo lo aveva accompagnato anche durante il conflitto mondiale, in quanto egli aveva l’incarico di motociclista portaordini, compito assai difficile, in cui servivano doti non comuni, perché le motociclette erano a presa diretta, ed una volta partite era molto difficile fermarle. Roccatani in campo motociclistico è stato anche un pioniere, in quanto lui ed i suoi amici, appassionati di questo sport, sono stati tra coloro che hanno avuto il merito di dare vita alle prime manifestazioni e di gettare le basi dell’organizzazione sportiva motociclistica nazionale. La grande
bravura, lo stile inimitabile, l’audace irruenza, i numerosi episodi nei
quali seppe superare ogni situazione avversa, ne hanno fatto un personaggio
quasi leggendario. Ma è giusto pensare al "Campione", come tutti
affettuosamente lo chiamavano, non soltanto come un pilota di eccezionale
classe; pensiamo a lui anche come prodigiosa ed indispensabile leva per
l’avanzamento del formidabile progresso tecnico fino al livello al quale
si è oggi pervenuti in campo motociclistico; questo sorprendente risultato
della tecnica è dovuto proprio al faticoso lavoro dei tecnici di tutto il
mondo, che trovarono nelle competizioni sportive di tanti decenni il mezzo
per sperimentare ogni innovazione, e nei piloti i loro collaboratori più
efficienti ed appassionati. Questa è stata l’ importanza delle gare
motociclistiche, che non tutti comprendono; non si tratta soltanto di una
vittoria, ma di un progresso tecnico che viene costruito dopo quasi ogni
gara. Infatti,
dagli albori del motociclismo, nel pilota convivono spesso le due figure del
corridore e del collaudatore, in quanto chi meglio dei campioni del
motociclismo può conoscere a fondo i bolidi che raggiungono velocità
sempre più impensabili? Ed un tempo, non raramente, il pilota era stato
prima collaudatore, in quanto soltanto chi aveva alle spalle un bagaglio di
esperienza su quei prodigiosi mezzi poteva sperare di cimentarsi con
successo alla loro guida, gareggiando contro altri campioni, provando il
gusto del rischio e della velocità, esaudendo il desiderio di confrontarsi
con gli altri. Ma, per eccellere, non è mai bastata soltanto la conoscenza
del mezzo; per raggiungere i massimi livelli, occorrono passione, serietà,
volontà, perseveranza, grinta, osservazione accurata, costanza negli
allenamenti, spirito di sacrificio e, soprattutto, avere la predisposizione;
un ristretto numero di persone assomma in sé queste peculiarità, e
sicuramente il Sorano Volante era
in questo gruppo. Il Comune di Sora gli ha tributato un riconoscimento forse
anche troppo modesto per un Figlio così illustre; gli ha intitolato la
strada che collega il Ponte Campo Boario al nuovo quartiere di Pontrinio
(Delibera N° 9 del 2 marzo 1995). Indubbiamente egli ha
lasciato il segno, anche per le sue qualità di uomo, oltre che di pilota,
dotato di una profonda e ricca umanità, di una gentilezza d’animo e di
una cordialità uniche, di un animo sensibile e delicato, sempre umile,
modesto, alieno da manifestazioni plateali, pronto ad elargire consigli,
disponibile a mettere a disposizione degli altri l’immenso bagaglio di
cognizioni tecniche, formato durante una lunga esistenza di 84 anni, tutti
dediti alla passione sportiva, fino a quando, nel 1980, è partito per il
grande Circuito del Regno dei Cieli. Dietro la
chiesa di Santa Restituta sorge il Palazzo Marsella, abitato da una
celeberrima famiglia sorana; la costruzione è interessantissima, risale al
1922 ed è stata realizzata in stile Liberty, facilmente desumibile dalla
grande importanza data alla linea curva, alla voluta ornamentale ed al
decorativismo, soprattutto a motivi floreali. Ora allontaniamoci dal centro
per alcune tappe interessanti. La prima è Santa Giovanna Antida, chiesa posta in via Piemonte,
annessa all’Istituto delle Suore della Carità. L’edificio sacro è di
recente costruzione, con una struttura snella e modernissima e con le
caratteristiche porte in lamine di rame intrecciate, pregevoli opere
risalenti agli anni Settanta, realizzate con grande maestria dai fratelli
Antonio e Giuseppe Alfieri. Rechiamoci adesso presso il Santuario di Maria
Santissima di Valleradice, nella contrada omonima: la storia
della sacra costruzione si perde nei secoli passati, cominciando per noi, in
base ai documenti che possediamo, il 10 aprile 1429. Nella chiesa esisteva
un affresco del XV secolo raffigurante la "Madonna con il Bambino
incoronato da due angeli", davanti a cui aveva pregato Porzia Febonia,
per il figlio, il Cardinale Cesare Baronio, quando era appena bambino;
l’affresco andò distrutto nel dicembre 1943 durante il secondo Conflitto
Mondiale, evento che danneggiò moltissimo la chiesa. Dopo la
fine della guerra, l’edificio sacro fu completamente ricostruito; il 14
dicembre 1947 si ebbe l’istituzione della Piève di Maria Santissima di
Valleradice; la chiesa, dopo essere stata ricostruita, fu benedetta nel
settembre 1948, come ci ricorda una lapide posta all’interno
dell’edificio sacro; in seguito, il tempio fu arricchito da una statua in
legno raffigurante la Madonna di Valleradice, simile nelle sembianze a
quella raffigurata nell’affresco di cui si è precedentemente parlato; il
Santuario è stato inoltre dotato di un modernissimo organo ed abbellito
grazie alla generosità degli abitanti della contrada e della comunità
degli emigrati della zona residenti a Toronto, in Canada. Festeggiamenti
l’8 settembre, caratterizzati in passato dalla fiera annuale. Secondo
un’antica tradizione, la zona è stata testimone del passaggio dal
Paganesimo al Cristianesimo, in quanto centro vitale dei primi fedeli sorani,
nei primi tre secoli dell’era cristiana; infatti a quel tempo essi,
osteggiati dai persecutori, professavano il loro Credo nelle varie grotte e
nei numerosi latìboli della zona, celati in mezzo alla folta boscaglia. Gli
stessi nascondigli furono poi utilizzati per tumulare cadaveri, dopo
terremoti e pestilenze. Nei pressi
del Santuario, abbiamo l’Istituto San Camillo in Valleradice, modernissimo
complesso dei Religiosi Camilliani (o Camillìni o Crociferi o Padri del bel
morire). E sempre in
questa zona esisteva fino ad alcuni anni fa una gigantesca quercia secolare,
alla cui ombra il Cardinale Cesare Baronio veniva a scrivere la sua
colossale opera di storia della Chiesa, aneddoto riportato in un
componimento dell’eliconide vernacolo Don Ciccio, Francescantonio Biancale.
Spostandoci verso la periferia, in piazza Alcide De Gasperi, troviamo
l’attuale sede della Società Operaia di Mutuo Soccorso; la fondazione del
glorioso sodalizio risale al 18 giugno 1865. Giuseppe
Garibaldi, l’"Eroe dei Due
Mondi", "Cavaliere dell’Umanità", nel 1866 ne fu nominato
Presidente Onorario dall’Assemblea dei Soci. Il Generale rispose
accettando e ringraziando, e la lettera è ancora oggi custodita
gelosamente. Dirigiamoci
verso Santa Maria degli Angeli: graziosa chiesa con annesso
Monastero dei Passionisti, in contrada Collacchio, fu fatta costruire dal
Cardinale Cesare Baronio nel 1601, ed il Convento fu edificato con il
contributo del Comune e della popolazione; inizialmente sede dei Cappuccini,
è cenobio dei Passionisti dal 6 marzo 1842. La chiesa
è stata poi rinnovata e riconsacrata nel 1917 dal Vescovo Monsignor Antonio
Maria Iannotta; ce lo ricorda una lapide, che però riporta l’anno di
fondazione sbagliato, 1610, ma in realtà è 1601, le ultime due cifre sono
state invertite dal compilatore. La chiesa
è ad una sola navata e presenta una cappella consacrata a San Gabriele
dell’Addolorata, che in questa chiesa è festeggiato il 27 febbraio, data
spostata ad una delle domeniche successive. Interessante,
nell’edificio sacro, è il quadro sull’Altare Maggiore, opera di
Francesco Vanni, famoso pittore ed incisore italiano, nato a Siena nel
1563-1565 e morto nel 1610, che lavorò anche a Roma; la tela,
caratterizzata dalla delicatezza degli effetti luministici, risale al 1604 e
fu donata dal Cardinale Cesare Baronio ai Cappuccini; il quadro è
intitolato "Santa Maria degli Angeli" (o Madonna della Vallicella
con i Santi Fancesco e Restituta); Santa Maria degli Angeli regge il Bambino
ed è circondata dagli Araldi divini; in basso a sinistra, San Francesco
d’Assisi, con l’abito dei Cappuccini, per i quali il quadro veniva
dipinto ed a destra Santa Restituta; veramente il Vanni, nel settore di
quest’ultima, dipinse il Baronio; ma lui, riservato e molto modesto, volle
che il suo ritratto fosse cancellato, ed allora il Vanni sostituì
l’immagine del Principe della Chiesa con quella della santa; con un po’
d’attenzione si può ancora vedere il volto del Cardinale, alla sinistra
della Taumaturga; sullo sfondo, tra i due Santi, si vede Sora ripresa con le
sue mura e le sue torri; questo particolare dà al quadro un notevole valore
storico e documentario, presentandoci la nostra città agli inizi del XVII
secolo, con le sue opere difensive successivamente sottoposte ad una
sistematica distruzione. Rechiamoci
ora nella contrada Carnello, dove al confine con Isola del Liri è ubicata
la chiesa parrocchiale di Sant’Antonio
da Padova e di Santa Restituta; secondo la tradizione, è stata
edificata dove Santa Restituta ed i suoi compagni furono martirizzati, con
la decapitazione, nel 275 d.C.; ce lo ricorda anche una lapide posta
all’interno del tempio nel 1975, nel 1700° anniversario del martirio. Del
tempietto si comincia a parlare già nel XVI secolo, ma compare anche nel
XIV per le decime. In tempi successivi cominciò la sua decadenza. Durante
il secolo scorso fu riedificato ed ingrandito e ne fu elevato il pavimento
per preservarlo dagli allagamenti dovuti al vicino Fibreno; fu
successivamente restaurato dopo il secondo Conflitto Mondiale. Inoltre la
facciata, che prima guardava verso il fiume, ora è rivolta verso Sora.
All’interno dell’edificio sacro è conservato un quadro ad olio
settecentesco di anonimo, che ha colto Santa Restituta nel momento più
truce del martirio, nell’atto della cefalotomìa. La
chiesetta ha uno schema basilicale ed è a tre navate; qualche anno fa è
stata abbellita esternamente con lastre di pietra. A lato
della facciata possiamo ammirare il recentissimo affresco realizzato dal
celebre artista Antonio Notari (Napoli 1940) coadiuvato dal la figlia
Antonella. Spostiamoci
presso la chiesa di San Domenico Abate: Abbazia, Monumento Nazionale,
parrocchia, in stile romanico-gotico, restaurata recentemente, è situata
lungo il viale San Domenico; costruita, secondo la tradizione, dove sorgeva
la villa natale di Cicerone e con il materiale costruttivo della medesima,
essa risale all’XI secolo. Antistante
al tempio abbiamo un pilastro che faceva parte di un nartece, portico
aderente alla chiesa, che fu distrutto dal sisma del 24 luglio 1654.
L’edificio sacro è stato restaurato per i danni subìti durante il sisma
marsicano-sorano del 13 gennaio 1915; recentemente sono stati eseguiti
lavori di restauro conservativo. La
struttura del tempio è a forma basilicale, a tre navate; sotto il
presbiterio abbiamo la cripta, con volte a crociera ed a tre navate
trasverse, divise da sedici colonne, di forma ed ordini diversi; ed accanto
ad una di esse, non si sa quale, il 22 gennaio 1031 San Domenico rese
l’anima a Dio; fu sepolto nella cripta medesima e qui riposano ancora le
sue sacre spoglie, nella lipsanoteca. Il santo è
raffigurato nella chiesa con una statua, pregevole opera lignea, presente
nell’edificio sacro dalla fine del XVIII secolo ed eseguita dall’artista
Tiburzio Vergelli. La struttura per il trasporto del simulacro è opera del
grande intagliatore sorano ed abilissimo xilurgo Vincenzo Domenico De
Donatis, che la donò alla chiesa nel 1931. Il complesso sacro, con
l’annesso Monastero, è retto da una comunità di Monaci dell’Ordine
Cistercense della Congregazione di Casamari. Molto
legato a questo tempio da lui fondato, fu San Domenico Abate; egli nacque
nel 951 d.C. a Colfornaro di Capodacqua, nei pressi di Foligno, in Umbria;
monaco benedettino ed eremita, nel 986 ottenne dal Pontefice la facoltà di
fondare monasteri; e dopo averne fondati molti, ed eretto parecchie chiese,
arrivò a Sora, dove, nel 1011, fondò il Monastero di San Domenico e nel
1029 quello di San Silvestro, nell’attuale contrada Cancello (Cancéglie). E nella
nostra città il santo trascorse gli ultimi anni della sua esistenza,
testimoniando la sua fede, la sua virtù e la sua carità con opere e
comportamenti, luminoso faro della popolazione locale. Il 22
gennaio 1031, mentre pregava nella cripta, appoggiato ad una colonna, il
santo andò a godere la Pace dei Giusti, stroncato da un male crudele, un
tumore ad una guancia. San Domenico è ancora oggi invocato contro eventi
meteorologici nefasti, ed è considerato protettore dalle febbri e dai morsi
dei serpenti velenosi; ed in suo onore si svolgono solenni festeggiamenti,
il 22 gennaio, a ricordo della sua dipartita, ed il 22 agosto per la
ricorrenza della consacrazione del tempio. Infatti, il 22 agosto 1104, il
papa di allora, Pasquale II, dedicò la chiesa a San Domenico Abate ed alla
Vergine, e ciò spiega i festeggiamenti, il 15 agosto, in occasione della
festività dell’Assunta. Ma le dimostrazioni più solenni del culto del
santo sono quelle del 22 agosto, quando si svolge anche una grande fiera di
merci.
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