Itinerario turistico V
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Superato il ponte sul Liri e percorso un centinaio di metri, quando alla nostra sinistra si presenta una stradina laterale, ci infiliamo, nel lato opposto, in una viuzza che termina sulle opere di sistemazione idraulica del fiume. Scendendo, si possono vedere i resti del ponte Marmóne, di cui resta soltanto un’arcata, distrutto secondo alcuni da sconvolgimenti tellurici, purtroppo assai frequenti nelle nostre zone; oppure dal consistente flusso idrico, susseguente al prosciugamento del lago Fucino sotto l’imperatore Claudio. L’ipotesi più accreditata fa risalire invece la distruzione al 1229, per volere di Federico II, che in quell’anno fece coventrizzare la nostra città. La posizione del ponte, a Nord della confluenza del Liri col Fibreno, si spiega con la riduzione delle sollecitazioni, in quanto più a valle le strutture avrebbero dovuto sopportare anche il flusso del Fibreno. L’asse del ponte, invece, obliquo rispetto alla direzione della corrente fluviale, si spiega o con un’opportuna riduzione dei carichi di spinta idrica, in quanto le strutture, posizionate obliquamente, offrivano una minore resistenza al flusso idrico, oppure con la necessità di collegare strade romane preesistenti; infatti proprio questa è la direttrice della Via Vecchia, importante arteria di collegamento tra Sora e Veroli. Dall’altra parte del corso d’acqua si può percorrere una stradina periferica che ricalca il tracciato romano, costeggiando il collettore Mancini-San Giuliano, e superandolo con alcuni ponti, ormai quasi tutti moderni, tranne due, probabilmente romani, deturpati purtroppo uno da una piattaforma di calcestruzzo armato che lo ricopre e l’altro dai meccanismi di regolazione di una chiusa. Lasciato il ponte Marmóne, torniamo su via Barca San Domenico, alla fine della quale possiamo ammirare una interessantissima costruzione, Monumento Nazionale, il casino Branca, così denominato impropriamente; infatti, sulle piantine catastali è riportato come casino Mobilj, è appartenuto alla famiglia Carrara ed i due casati storicamente si sono anche uniti; d’altronde, popolarmente, viene ancora chiamato casino Carrara; è appartenuto anche agli Annonj ed attualmente è suddiviso in tre quote. Un altro casino Branca, così denominato a ragione, un tempo sede scolastica, si trova a poca distanza, in via Croce Branca. Ma torniamo al precedente; è un caseggiato a due piani, dalle linee settecentesche, e sulla facciata laterale, che dà sulla strada, si può leggere una lapide marmorea, qui posta nel 1815, a ricordo del soggiorno, in questo luogo, del Re Ferdinando IV e della Regina Maria Carolina, il 13 agosto 1796. Infatti, davanti all’abitazione, si apriva allora una grande piazza d’armi permanente, situata nell’area tra le odierne scuola elementare e Scuola Edìle, ex Istituto Professionale di Stato per l’Agricoltura (Scuola Agraria); per tale motivo, questa zona viene ancora oggi chiamata Campo Grande. Dalle finestre del caseggiato, il monarca assistette alle manovre militari che si tennero nel campo d’esercitazione, e le aperture, per legge, furono murate, come ancora oggi si può vedere. La presenza del sovrano è giustificata forse dall’importanza strategica che egli attribuiva al nostro territorio, perché situato al confine con lo Stato Pontificio. Per questa posizione nevralgica, nella nostra città furono costruite anche alcune importanti arterie di comunicazione, ideate e realizzate dal generale borbonico Giuseppe Parisi e contraddistinte da una grande modernità di concezione: la strada rettilinea dal Castello Boncompagni Ludovisi Viscogliosi fino al ponte di Napoli, e quella ad essa ortogonale, che collegava le contrade Barca San Domenico e Chiesa Nuova, passando nei pressi della costruzione che stiamo esaminando e di cui torniamo a parlare.

Già all’ingresso, si passa attraverso un artistico cancello in ferro battuto, e ci si ritrova in un cortile con numerosi pilastri e colonne ornamentali , ed un pozzo nel terreno retrostante. La costruzione, in pietra viva, con le fondamenta che arrivano fino ad un metro e mezzo di profondità, è ancora più interessante all’interno, dove presenta molti e curiosi particolari: il salone, il camino, la cappella, ed alcuni affreschi, purtroppo in pessimo stato di conservazione: uno riproduce un trenino sbuffante in un paesaggio arcadico, e forse è celebrativo della costruzione della linea ferroviaria attraverso l’agro sorano; altri rappresentano una veduta marina ed un compasso con tre stelle, riproduzione di simboli massonici; inoltre desta interesse un passaggio per accedere al solaio, perfettamente mimetizzato nella tappezzeria. Ma la carrellata prosegue con gli elementi decorativi del mancorrente delle scale e vecchi strumenti del mondo georgico e di quello bucolico. A tal proposito è bene accennare a mestieri ormai scomparsi; uno era il carbonaio, addetto alla fabbricazione del carbone di legna, utilizzato nell’economia domestica come combustibile; esso si otteneva dalla combustione incompleta della legna, soprattutto in montagna, utilizzando il legname tagliato, in quanto era più agevole trasportare a valle il carbone, quantitativamente minore ponderalmente, piuttosto che la legna. Il procedimento di preparazione era il seguente: si approntava la carbonaia, un cumulo di pezzi di legna di quercia, di leccio, di castagno, di pioppo, di salice. Essi erano posti in basso verticalmente ed in alto orizzontalmente. Nella parte assiale del cumulo si introducevano 3 o 4 pezzi più lunghi un po’ discosti fra loro.

Poi tutto veniva ricoperto di terra avendo cura di lasciare un’apertura nella parte superiore, e qualche spiraglio in basso. Si dava fuoco nella parte inferiore del cumulo, la fiamma si propagava lentamente, e dopo alcune ore tutta la massa bruciava; quando la combustione era abbastanza progredita, si chiudevano a poco a poco tutte le aperture e si coprivano con nuova terra gli spiragli, che si aprivano nei fianchi, dove la combustione era più viva. L’aria non arrivava più, il fuoco si spegneva lentamente e si aveva il carbone. 100 kg di legna davano 18 kg di prodotto, fragile, poroso, sonoro, capace di assorbire facilmente grandi quantità di gas. In più esso aveva la prerogativa di essere antiputrido, ecco perché sono carbonizzate superficialmente le estremità dei pali telegrafici da interrare e di quelli aventi la funzione di tutori lungo i filari arborei.

Altro mestiere del passato era il calcinaio, addetto alla fabbricazione della calce viva. Il materiale di partenza era la pietra calcare o da calce, che veniva cotta in rudimentali forni che spesso utilizzavano come combustibile la legna, ove fosse facilmente reperibile. Per un fenomeno chimico di scissione, dal carbonato di calcio si ottenevano calce viva ed anidride carbonica. La calce, estratta dal forno, in apparenza non era alterata rispetto al calcare; essa era soltanto più chiara di colore e di peso specifico (3,4) più alto di quello del calcare (2,7), perciò di volume inferiore: i pezzi di calcare, trasformandosi in zolle di calce viva, si contraevano un po’ ma non mutavano forma, pur diventando sensibilissime all’acqua, reagendo violentemente con essa e dando luogo a pericolosissimi spruzzi caustici e formando l’idrossido di calcio, la calce spenta. Lo spegnimento della calce viva si operava nei bagnòli, cassoni di legno a forma di trapezio, aperti in alto e con un’apertura a sportello dal lato minore; quest’ultima si trovava sopra una fossa scavata nella terra detta calcinaia. Nel bagnòlo si poneva la calce viva in pezzi e s’innaffiava con acqua, poi la poltiglia di calce spenta si faceva scendere nella calcinaia, dove si conservava a lungo, ricoperta di sabbia, aspettando che si completasse la reazione fra calce ed acqua.

è doveroso adesso accennare ad alcuni personaggi da tutti ingiustamente dimenticati, anche se, per farlo, si dovrà purtroppo riesumare una nera pagina del nostro passato.

"Fosse Ardeatine": cava sotterranea ad 1 km a Sud della chiesa "Domine quo vadis" di Roma, nei pressi dell’antica Via Ardeatina, che conduceva da Roma ad Ardea. Purtroppo questa definizione non è sufficiente. Magari lo fosse. Chissà quante famiglie vorrebbero che fosse completa ed esauriente. Purtroppo, in quel luogo è stato perpetrato uno dei più orrendi, bestiali ed efferati crimini contro l’umanità, contro persone indifese. Da magazzino della civiltà architettonica romana, cava di tufo e di pozzolana, è diventato il simbolo della ferocia degli invasori nazisti; baratro della condizione umana.

Lo avrebbero mai pensato i Romani, nostri antenati italici, che cosa sarebbe accaduto in quella cava, che loro sfruttavano per esigenze costruttive? Infatti lì si estraeva il tufo, ottimo materiale da costruzione, e la pozzolana, minerale sabbioso di origine vulcanica, che si trova anche in Campania, e che ha la seguente prerogativa: impastata a freddo con grassello di calce, "saxum fit" - dice Plinio il Vecchio - diventa un sasso, come il cemento moderno con l’acqua.

Quindi quella cava, da artefice materiale del tessuto urbanistico romano, culla dell’antica civiltà costruttiva italica, ha visto la morte di 335 persone, uccise una ad una a colpi di rivoltella.

Un tempo, quel terreno fu bagnato dal sudore degli operai che vi lavoravano, invece in quell’infausto venerdì 24 marzo 1944 fu imporporato dal sangue di tanti innocenti, che hanno reso vermiglio il suolo patrio. Anche il monumento ai Caduti, all’ingresso, ci fa meditare sulla brevità della nostra esistenza, certezza che ognuno di noi rifugge per nutrirsi di vane illusioni. Era un venerdì pomeriggio quando il freddo piombo stroncò le loro vite innocenti. Era venerdì, lo stesso giorno che vide Nostro Signore Gesù Cristo morire per cancellare i nostri peccati. E proprio lì vicino, ad un chilometro di distanza, il Principe degli Apostoli, San Pietro, ebbe la visione del Signore che fu anche per lui la via di Damasco, e lo fece tornare a Roma dove affrontò coraggiosamente il martirio. Anche la nostra città di Sora può purtroppo vantare tre presenze nell’efferato eccidio. I Sorani Domenico Iaforte e Raffaele Milano, ai quali la Commissione per la Toponomastica cittadina ed il Consiglio Comunale, con Delibera N° 9 di giovedì 2 marzo 1995, hanno dedicato il largario antistante alla nostra certosa, e Simone Simoni, originario di Patrica, generale, cui è stata dedicata la locale Caserma Militare.

E mentre un sepolcro improvvisato ne custodì le spoglie mortali, le loro anime elette furono rapite nella Reggia Celeste ed il loro ricordo rimane, monito ai posteri, scolpito nella nostra storia. è veramente significativa l’intitolazione, ai due Sorani, del largario antistante al sepolcreto; l’onestà fu il loro ideale, il lavoro la loro vita ed il loro affetto la famiglia, che tenne nel suo viso pieno di lacrime i loro occhi pieni di luce, chiusi per sempre, ma con il loro spirito che comunque vive e vede pianto e dolore delle persone che si recano sul sepolcro dei cari estinti, così come vide disperazione e sofferenza il giorno della dipartita. Ma, storicamente, come si inquadra e come avvenne il mostruoso crimine, l’efferato delitto, il turpe misfatto, l’inumana scelleratezza? All’indomani dell’armistizio, la situazione italiana non era molto felice. I mesi che precedettero la liberazione della capitale furono molto duri per i Romani. Gli alleati, che erano sbarcati ad Anzio, erano stati bloccati dai Teutonici. La città era assillata dal problema del vitto, mentre i nazionalsocialisti (nazisti) si accanivano nei rastrellamenti e nella caccia agli Ebrei. Non pochi antifascisti e perseguitati trovarono allora rifugio in Vaticano, il quale si adoperò in ogni modo per sottrarre agli Alemanni i patrioti già riservati alla deportazione ed alla condanna a morte. Giovedì 23 marzo 1944 un attentato condotto dai GAP (Gruppi di Azione Patriottica) provocò la morte di 33 appartenenti alle S.S. Germaniche (SCHUTZSTAFFELN, squadre di sicurezza naziste) componenti una colonna tedesca che percorreva via Rasella; per ritorsione i Teutonici decisero di fucilare dieci prigionieri politici per ogni nazista ucciso. Gli uomini in carcere non raggiungevano il numero richiesto di 330 ed allora i soliti zelanti trovarono gli altri, anzi ve ne furono anche cinque in più, conteggiati per errore. L’ordine fu eseguito dal colonnello Kappler, capo dei servizi di polizia di Roma, su incarico del generale Maelzer, comandante del territorio romano, e per disposizione del Quartier Generale di Hitler; ma dalla responsabilità dell’eccidio non vanno esenti le più alte autorità militari teutoniche in Italia, compresi il maresciallo Kesselring (che non vi si oppose) ed il generale E. von Mackensen, comandante la 14a Armata, il quale fissò la proporzione di 1 a 10, che in un primo tempo Hitler avrebbe voluto anche maggiore. Fra le vittime, oltre a numerosi Ebrei, il colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo, il diplomatico Filippo de Grenet, i generali Lordi e Martelli, il filosofo Pilo Albertelli e persino un ragazzo quattordicenne, Attilio de Veroli. Essi chiusero gli occhi alla luce, nel sonno della morte, ma saranno ricordati sempre come vittime di una guerra fratricida, perché dallo strazio delle reciproche vendette, la principale vittima fu la pietà. Segnaliamo a questo proposito l’importante ruolo assistenziale ed umanitario svolto dalla Chiesa in questo periodo, in quanto assurse a forza conservatrice e da essenziale contrappeso all’inarrestabile avanzare della barbarie, considerata da alcuni sviluppo del pensiero dell’uomo e della civiltà, ma che si manifestava soltanto con lutti e scelleratezze. Tutte le morti sono inutili, assurde, ma quelle volute dall’uomo stesso, secondo un comportamento "homo homini lupus", sono completamente prive di senso. La guerra, purtroppo, è questo, e nonostante le sofferenze e le ferite ancora aperte l’uomo non se ne fa una ragione e continua ad andare contro il proprio simile. E poi la nostra società si reputa anche "civile"! Chiudo con questa nota un po’ pessimistica ed un po’ amara.

TELOS  

 

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