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Itinerario turistico I |
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Itinerario turistico Iniziamo la
nostra passeggiata dalla zona Nord del centro urbano, e precisamente dalla Cattedrale. Ci troviamo nei pressi di essa e possiamo ammirare il torrione
aragonese, realizzato intorno al XV secolo, caratteristico per
la sua forma circolare; questo perché aveva necessità difensive, in quanto
poteva meglio resistere ad assalti portati servendosi della polvere da
sparo, la cui introduzione nei conflitti bellici rivoluzionò le tecniche
militari. Questa singolare costruzione difensiva occupa uno spigolo del
complesso formato dal Duomo, dall’episcopio e dal Seminario
interdiocesano, uno dei primi d’Italia, fondato dal Vescovo Tommaso Gigli
nel 1565, di ritorno dal Concilio di Trento al quale aveva partecipato. Saliamo la
scalinata della Cattedrale, edificata nell’XI secolo sui resti di un
tempio dedicato al dio Sole, risalente forse al III secolo a.C.; secondo la
tradizione, in questo luogo furono martirizzati i carnefici di Santa
Restituita, che si erano pentiti e convertiti al Cristianesimo. La chiesa
subì le sorti della città, bruciata nel 1103 e nel 1156; fu distrutta nel
1229 da Federico II, che nel suo testamento ordinò di farla ricostruire,
pentito del suo gesto. Durante i secoli successivi, si arricchì di un
soffitto a cassettoni ed oro zecchino e di vistosi stucchi che oscurarono il
travertino spugnitoso delle eleganti strutture costruttive. Scampata al
sisma marsicano-sorano del 13 gennaio 1915, fu devastata da un incendio
esattamente un anno dopo; fu restaurata su progetto e direzione lavori
dell’ingegnere Paolo Cassinis, che lavorò senza alcun compenso. Di
recente, si segnalano i restauri ed il Crocifisso; questa bellissima opera,
che si può ammirare nell’abside, in fondo alla navata centrale,
realizzata dal celebre artista Antonio Notari, residente a Sora, è stata
donata alla Cattedrale da Monsignor Luca Brandolini, attuale Presule della
nostra diocesi. Nella
navata sinistra, possiamo ammirare la tela "Santa Caterina, San
Bernardo e San Domenico", attribuibile secondo alcuni e con molti dubbi
a Giuseppe Cesari detto "il Cavalier d’Arpino"; il Trittico ad
olio "Madonna col Bambino" di Cristiano
Mayer Ross di Bergen, pittore norvegese, che dipingeva nella
nostra città sul finire del secolo scorso, e che in quest’opera ha
raffigurato una Madonna con bambino recante ai lati San Francesco e San
Rocco e sullo sfondo uno scorcio di Sora vista dal ponte di Napoli; il volto
di San Rocco è di Vincenzo Simoncelli, insigne giurista sorano, quello
della Madonna di Giulia Scialoia che poi sarebbe divenuta la moglie dell’ìnclito
giurisperito. Possiamo notare come nel quadro l’intensità di
caratterizzazione si unisca con la solidità plastica, creando una
composizione fortemente armonica e caratterizzata da equilibrio ed euritmìa.
L’opera, databile agli inizi del secolo, fu donata dal Simoncelli
all’ospedale civile e poi è stata collocata in questa splendida
atmosfera. Non deve
sorprendere la presenza a Sora di un artista straniero; a quel tempo molti
pittori danesi, Christian Zarthmann, Severino Kroyer ed altri, con i loro
discepoli, i figli del re di Danimarca, avevano un’abitazione, ancora
esistente, a Civita d’àntino, nei pressi di Morino, in Abruzzo, e
venivano spesso nella nostra città. Christian Mayer Ross dipingeva
personaggi e paesaggi sorani e poi vendeva le sue opere o le spediva nelle
gallerie d’arte estere. Addirittura a Copenaghen è conservata una tela,
risalente al secolo scorso, del pittore danese Theodor Philipsen,
raffigurante la riva del fiume ed il lungoliri Giuseppe Rosati, visti dalla
riva opposta del Liri, dal lungoliri Cavour. Tornando all’edificio sacro,
nella navata destra è custodito il corpo di San Giuliano Martire;
miracolosamente scampato all’incendio del 1916, fu sistemato in
quest’altare dedicato al santo. Eccone
esposta brevemente l’agiografia: San Giuliano era un soldato proveniente
dalla Dalmazia, una provincia romana. Mentre si dirigeva a Roma, nei pressi
di Anagni incontrò alcuni soldati sorani, e li salutò con la frase:
"La pace sia con voi, fratelli". Essi sospettarono da ciò che
fosse cristiano, ed alle loro domande inquisitorie egli rispose di essere
non soltanto seguace della fede di Cristo, ma anche propagandista ed
evangelizzatore della religione cristiana, come portatrice di luce nel mondo
e come dispensatrice di fede, speranza e carità. Fu quindi arrestato e
portato a Sora davanti al proconsole Flaviano, e rinchiuso in un luogo nei
pressi della città denominato "Le tre torri", affinché morisse
di fame. Ma sette giorni dopo fu trovato vivo e vegeto e fu ricondotto al
cospetto di Flaviano, che gli ordinò di sacrificare agli dèi. Il santo,
sdegnato, rifiutò ed all’istante il tempio della divinità orientale
Serapide crollò. A quel punto Flaviano, infuriato, condannò a morte il
santo, che, proprio nei pressi del tempio crollato, fu decapitato con la
spada il 27 gennaio del 161 d. C. sotto l’imperatore Antonino Pio
(138-161). Nel luogo
del martirio fu costruita una chiesetta dove il santo fu seppellito. Il suo
corpo fu rinvenuto dal vescovo Monsignor Girolamo Giovannelli, che il 6
aprile del 1614, con grande concorso di popolo, lo trasferì solennemente
nella chiesa di Santo Spirito, da poco costruita con materiale proveniente
dal tempio di Serapide summenzionato. Il corpo fu poi nuovamente traslato
nella Cattedrale il 10 agosto 1802 e posto sotto l’altare maggiore, e dopo
essere miracolosamente scampato all’incendio del 1916, il 15 novembre
dello stesso anno fu collocato in quest’altare che stiamo osservando. Da
ammirare anche, in piazza Antonio Annunziata, in uno dei nuovi quartieri di
Sora, la chiesetta dedicata al Martire, risalente al XVII secolo, restaurata
lo scorso decennio. Con certezza si inizia a parlare di questo tempio nel
1308. Tornando
nella Cattedrale, nella Cappella dei Vescovi, lungo la navata destra, si può
ammirare il trittico quattrocentesco "Il Salvatore con due Angeli"
e nella navata sinistra il gigantesco quadro "L’Assunta" di
Cipriano Cei, dalla vigorosa campitura e dall’intenso cromatismo. E nella
parete alla confluenza della Cappella dei Vescovi con l’Altare del
Santissimo, si rimane estasiati davanti al bellissimo mosaico ligneo del
Salvatore Pantocràtore, Cristo Onnipotente. Il superlativo capolavoro
d’intarsio è stato eseguito dall’abilissimo e famosissimo Commendatore
Giuseppe Tomassi, grandissima figura sorana nel campo della lavorazione del
legno e della produzione di mobili. Nella sacra raffigurazione confluiscono
elementi figurativi e concettuali desunti dal tema della maestà, della
potenza e della sacralità. Nel
campanile della cattedrale, possiamo ammirare una delle raffigurazioni del
nostro scudo comunale. Dopo essere usciti, ai nostri occhi si presenta in
tutta la sua imponenza la loggia per le
benedizioni, ormai in disuso, e
sotto di essa la suggestiva rappresentazione di Padre Pio da Pietrelcina e
della Via Crucis, tutte opere dell’artista Tommaso
Gismondi di Anagni. Entriamo in via Beniamino Terenzi (ex via
Sant’Apronunzio o Sant’Aprossunzio), riattivatore del telegrafo dopo lo
sconvolgimento tellurico del 13 gennaio 1915; quest’arteria fa parte
dell’antico tracciato che fungeva da asse stradale della città,
proseguendo fino a San Silvestro e San Rocco attraverso Pianello e
Sant’Antonio Abate; questa via pedemontana svolgeva le funzioni
dell’odierno corso dei Volsci, che però è stato realizzato nei suoi
attuali sviluppo ed ampiezza soltanto negli anni Venti di questo secolo,
demolendo le costruzioni che ne ostacolavano un regolare tracciato. Il rione
Pianello, in cui ci stiamo addentrando, è il cuore più antico della nostra
città, infatti l’altra zona del centro storico, Cancéglie, anticamente
si trovava fuori dalle mura cittadine, in quanto utilizzata per produzioni
agricole. Da via Terenzi scendiamo direttamente attraverso vicolo Lanna
confluendo in via Carlo Annonj, lungo la quale possiamo ammirare diversi e
caratteristici portali in pietra viva recanti iscrizioni, decorazioni,
simboli araldici o le iniziali dei proprietari delle abitazioni; lungo
l’arteria possiamo anche entrare nel sopportico Lanna, uno dei rarissimi
esempi presenti nel centro storico della nostra città. è composto da una
volta a botte più una volta a crociera che raccorda un’entrata con la
parete opposta. A sinistra, prima del sopportico, nella parte inferiore di
un’entrata possiamo osservare una decorazione, un rosone a otto petali,
forse una libera interpretazione del rosone a sei petali, simbolo del sole.
Altra rappresentazione dell’astro che si può incontrare è il bucranio,
il cranio di bue. L’importanza di quest’ultimo simbolo è tale che il
segno alfa, primo dell’alfabeto fenicio, altro non è che la
schematizzazione della testa di bue, ed inoltre alfa nella lingua fenicia
significa bue. A destra, invece, si può scorgere un triangolo di scarico,
in quanto nella costruzione delle mura e delle luci aperte in esse sopra le
travi, cioè le strutture orizzontalmente disposte sopra le aperture delle
mura, si lasciava il vuoto distanziando il materiale da costruzione
sovrastante tramite tavolette di legno o materiali di caratteristiche
analoghe. Ciò veniva fatto per impedire che la pressione dei materiali
posti superiormente potesse andare ad incidere in maniera gravosa e
traumatica sulla trave summenzionata. Il triangolo di scarico ha origini
antichissime; già nell’antica Grecia, nella Porta dei Leoni, a Micene, se
ne può vedere un esempio lampante, che va ad assurgere anche ad elemento
decorativo e funzione estetica. In quel monumento, il supporto lapideo dei
due leoni scolpiti è una struttura molto più leggera dei blocchi che si
trovano prima e dopo la porta e ciò per non gravare l’architrave
sottostante. C’è anche un’altra ragione per cui il triangolo di scarico
è importantissimo: lo possiamo anche vedere nella caratteristica capriata
con saettoni. La capriata è sempre una struttura triangolare in cui c’è
una trave orizzontale, la catena, una verticale, il monaco, che potremmo
definire come l’altezza del triangolo, ed altri due pali, chiamati
puntoni, che ne costituiscono i lati. I saettoni raccordano il monaco ai
puntoni. Ricordiamoci che il triangolo è una struttura indeformabile, nel
senso che qualsiasi pressione esercitata sui suoi vertici non riesce ad
alterarlo, infatti viene impiegato in tanti settori della tecnica come pali
Bates, a traliccio, ecc.. Inoltre, sempre nella capriata, tra la catena, la
trave orizzontale, ed il complesso costituito dai saettoni, travi oblique, e
dal monaco, il palo verticale, rimane un piccolo spazio per evitare che la
trave sottostante vada a rottura in caso di forte sollecitazione. Lo stesso
avviene nel triangolo di scarico: durante i fenomeni sismici, la distanza
interposta riduce lo stress dell’architrave e ne impedisce la rottura. Ma il
problema della flessione delle travi ha inciso notevolmente sulla fisionomia
costruttiva delle antiche abitazioni e vale quindi la pena svilupparlo; per
comprendere questo aspetto, possiamo esaminare il comportamento di una
semplice trave appoggiata alle due estremità, che debba sopportare un
carico verticale. La trave si flette in modo tale che la parte superiore
risulta compressa, in quanto le particelle componenti, le fibre, si
avvicinano, e quella inferiore tesa, poiché le particelle componenti si
allontanano; affinché la trave non si rompa, è necessario che il materiale
da cui essa è costituita sia in grado di resistere sia a compressione che a
trazione. Le murature, fatte di mattoni o di pietrame connessi da malta,
offrono una resistenza a trazione molto ridotta e non sono adatte pertanto
alla costruzione di travi o di architravi. Nei tempi
antichi, non era possibile superare una grande luce se non ricorrendo alle
strutture ad arco, che funzionano in uno stato di sola compressione. Le
costruzioni con architravi richiedevano l’impiego di grossi blocchi di
pietra compatta, capace di fornire una certa resistenza a trazione, per
coprire luci modeste ed infatti nelle costruzioni le aperture erano più
piccole in basso, perché sottoposte a maggiori sforzi, ed in caso di sisma
il materiale sovrastante non sarebbe andato ad incidere in maniera
determinante sull’architrave, evitando quindi che questa andasse a
rompersi. Gli stessi campanili venivano realizzati con aperture di
dimensioni maggiori man mano che si saliva verso l’alto. Da questa
esigenza è nata, per esempio, la configurazione del tempio greco, dotato di
molte colonne ravvicinate. Altrimenti, per edifici di minore importanza, ed
in generale per le coperture degli ambienti, era necessario ricorrere al
legno, materiale peraltro poco durevole ed esposto al pericolo di incendio.
Il calcestruzzo armato risolve egregiamente il problema della flessione,
anche se il concrete, molto resistente a compressione, possiede una
resistenza a trazione molto piccola, perciò nella parte tesa delle travi
vengono disposte le barre dell’armatura principale che svolgono appunto la
funzione di fornire la resistenza a trazione necessaria per assicurare
l’equilibrio. Torniamo in via Annonj, per ammirare il maestoso ed omonimo palazzo, residenza di una famiglia che anticamente da qui amministrava le
sue immense proprietà; attorno alla splendida residenza, ancora oggi si
possono vedere le casupole, o meglio gli abitùri, dei servitori di questo
ricchissimo casato e degli altri che fissarono nel rione la loro residenza.
Da ammirare, nel palazzo, il maestoso portale in pietra
viva, i graziosi
balconcini in ferro battuto ed un’apertura murata, la cui chiusura è
stata dissimulata ridipingendovi sopra una persiana, per non rompere
l’armonia del prospetto. Sopra l’anta di un portone, di fronte al
palazzo Annonj, si può vedere addirittura un pannello metallico recante una
vecchissima e curiosa pubblicità di un diffuso entomòctono. Dietro il
palazzo Annonj entriamo in via Felice
Cavallotti, grande esponente del radicalismo nazionale, qui
ricordato per essere stato uno dei collaboratori dell’"Eco del Liri",
un ebdomadario politico-letterario stampato a Sora, per qualche tempo, sul
finire del secolo scorso. Al Cavallotti, prima del sisma marsicano-sorano
del 13 gennaio 1915, era dedicata una piazza a poca distanza dall’odierna
via. Entriamo in
via Amedeo Carnevale; interessante il palazzo della famiglia Tuzj per il
quale vale lo stesso discorso fatto per la famiglia Annonj. I Tuzj posero
qui la loro residenza e poi furono circondati dalle casupole dei servitori e
collaboratori. Dopo la maestosa costruzione sorge la graziosa cappella
gentilizia dedicata a Santa Filomena; in stile pseudogotico, con elementi
costruttivi (croce, guglie, pilastri) in travertino o pietra morta o pietra
spugna o spugnone, materiale da costruzione ampiamente utilizzato in
passato, anche perché reperibile ed estraibile nelle zone periferiche della
città. I luoghi di estrazione si trovano ancora oggi nelle contrade
periferiche Valleradice e Pantano; questo materiale da costruzione è poi
caduto in disuso in quanto, per contenimento dei costi, reperibilità dei
materiali occorrenti, semplicità di esecuzione e prestazioni tecnologiche
di resistenza agli agenti aggressivi, al fuoco ed all’usura, quindi per
comodità e praticità di realizzazione, si è diffuso il calcestruzzo
armato, meno propriamente detto cemento armato. Una
curiosità che ci riporta al secolo scorso: ci sono varie versioni dei
cognomi Annonj e Tuzj, famiglie di cui si è parlato poc’anzi: Annonj ed
Annoni, Tuzi, Tuzzi, Tuzii, Tuzj, Tutij. Ma se dobbiamo riferirci
all’Archivio di Stato di Frosinone, che riporta il Catasto Murattiano, cioè
il censimento delle proprietà di tutti i casati sorani effettuato
all’inizio del secolo scorso, le famiglie dai ricchi possedimenti terrieri
erano Tuzj ed Annonj. Mentre, attraverso via Gelsi, ci inoltriamo nel centro
storico della città, siamo circondati da una magica atmosfera, che sembra
quasi farci tornare indietro nel tempo, ma purtroppo spesso veniamo
riportati al presente da tante situazioni anomale, come i portoncini in
alluminio anodizzato o le targhe viarie costituite da una contropiastra
fissata al muro e dalla targa applicata sopra e bloccata da viti disposte
lateralmente. Sarebbero sicuramente meglio le scritte nere su intonaco
bianco o le lastre marmoree! In via Mancinelli, una delle strade alla nostra
sinistra, ci soffermiamo su un portale caratterizzato da curiose
raffigurazioni lapidee; la chiave di volta è sormontata da un pecten
jacobaeus, coquille Saint-jacques, conchiglia dei pellegrini o pettine e la
chiave medesima è un cuore circondato da due serpenti, o da due vipere
secondo altri, che sono i simboli e gli attributi del dio taumaturgo della
medicina Asclepio in greco, Esculapio in latino. Inoltre si può scorgere
una sorta di caduceo di ermetica memoria; tutto ciò ci induce a pensare che
questa probabilmente era l’entrata di una farmacia. Nei pressi
di questo portone, due antiche e maestose costruzioni, palazzo Siciliani,
risalente al XVI secolo, abitato in passato da una famosa famiglia di
giurisperiti e palazzo delle Stimmatine, ora sede dell’Oasi Francescana e
della biblioteca del Centro di Studi Sorani "Vincenzo Patriarca". Adesso
saliamo lungo il Monte "Santi Casto e Cassio", e volendo potremmo
andare a visitare l’arce cittadina, l’acropoli sorana, chiamata Rocca
Sorella o Castro Surella (Sorella e Surella stanno per piccola Sora) dal IX
al XVI secolo e poi San Casto fino ai nostri giorni. La fortezza, meno
propriamente definita castello, nella sua attuale sistemazione fu realizzata
nel XVI secolo dall’architetto orobico Evangelista da Carrara, su resti
romani e medioevali del baluardo preesistente. Nel perimetro murario della
roccaforte, secolare sentinella della nostra città, possiamo ammirare sei
torrioni, dei quali uno cilindrico ed uno poligonale. Nel secolo scorso, per
la simbolica cifra di 140 lire, la roccaforte e la circostante area del
Monte "Santi Casto e Cassio", furono cedute dal demanio al comune
di Sora. Ai giorni nostri, negli anni Cinquanta, il propugnacolo è stato
restaurato. Torniamo alla salita Sant’Antonio Abate, che ci porta al
tempietto omonimo,
facendoci godere anche un interessante panorama della città. Questa
suggestiva chiesetta era l’eremo dei Cistercensi di San Silvestro per la
preghiera, la penitenza e la solitudine fin dal XIII secolo. Qui ricevette
gli Ordini Minori uno dei più illustri figli di Sora, Giuseppe
Rosati. Egli nacque a Sora il 13 gennaio 1789 ed iniziò gli
studi nel nostro Seminario. Entrò nella Congregazione dei Preti della
Missione a Roma, dove fu ordinato sacerdote nel 1811. Quattro anni dopo, con
spirito di fervente cristiano e di evangelizzatore, partì missionario per
il Nuovo Continente, arrivando a Baltimora nel 1816 ed inoltrandosi
nell’area del Missouri. Giunse a Saint Louis nel 1817, con un territorio
sconfinato affidato alle cure apostoliche sue e dei suoi confratelli.
Predicava in inglese ed in francese stupendo letteralmente tutti. Nel 1826
divenne vescovo di Saint Louis e si prodigò per la costruzione di scuole,
chiese e altre opere sociali. Instancabile promotore di iniziative, sempre
attento e zelante, non sentiva la fatica, esaltato dalle pagine evangeliche
e dal cuore colmo di fede. Nel 1827 fondò con i Gesuiti l’Università di
Saint Louis; nel 1842 lasciò quelle terre e svolse incarichi diplomatici
per conto del papa Gregorio XVI. Purtroppo, nella Città Eterna, in giovane
età, il 23 settembre 1843 il Rosati cedette al fato. Sarebbe sicuramente
divenuto Cardinale, se non fosse morto così presto. Ma, ugualmente, un
grande riconoscimento per il suo lavoro gli è stato tributato nel 1931,
quando la città di Krowbview, nel Missouri, ha mutato il suo nome in
Rosati. I discendenti di coloro che attinsero a piene mani dalle ricchezze
del suo cuore e della sua mente hanno scelto questa significativa maniera
per ricordarlo con affetto imperitùro ed affidarne la memoria alle nuove
generazioni. Scendiamo dal tempietto di Sant’Antonio Abate e ci troviamo nei pressi del palazzo Branca, risalente al XVIII secolo, sede in passato dell’Impresa Elettrica Marsella e Branca, che si occupò della realizzazione degli impianti di illuminazione all’interno del centro urbano; ora l’elegante costruzione è abitata da diverse famiglie. Saliamo verso San Silvestro e ci fermiamo in prossimità del vicolo Capannella, dove rimaniamo meravigliati da una singolare presenza: un’interessante raffigurazione in cartapesta di Sant’Antonio da Padova, detto "degli sfollati" perché realizzato appunto da uno di questi ultimi sul finire del secondo Conflitto Mondiale. Proseguiamo ulteriormente attraverso vicolo Cavoni e ci immettiamo in vicolo Cavoni I°, e sulla sinistra possiamo vedere il vicolo "Pantasma", così chiamato per la sua pendenza e per la prospettiva distorta che ne segue. Un tempo, di notte, alla fioca luce artificiale, le persone che si trovavano nella parte alta del vicolo apparivano mostruose viste da coloro che si trovavano nella parte bassa. Al di là del fenomeno leggendario, c’è un elegante e snello arco policentrico in travertino, che raccorda due costruzioni prospicienti. Testimonianze del passato, di tanti secoli di storia, le credenze popolari affondano le radici nelle paure ancestrali dell’uomo. Ne descrivo un’altra manifestazione: un tempo si credeva all’esistenza del Babbaceglie, una tradizione popolare ancora radicata nelle nostre campagne, che lo collegava alle anime dei bambini passati a miglior vita senza essere stati rigenerati alla grazia tramite il Battesimo. Era una sorta di folletto, suscettibile e vendicativo, che si divertiva a fare dispetti alla gente, nascondendosi nei tini al momento della vendemmia o arricciando le code dei cavalli, ma sembra che avesse anche qualche aspetto positivo, mostrandosi utile ed aiutando l’uomo nel lavoro dei campi ed in quello domestico. Amava i bambini e le ragazze avvenenti, disprezzando nel contempo le vecchie. Era un inguaribile burlone, capace di combinare scherzi di ogni genere, si divertiva soprattutto ad impadronirsi delle calze, delle scarpe e degli stivali di chi dormiva. Anzi, spesso si metteva di peso sul ventre di quest’ultimo malcapitato, scappando soltanto al primo movimento della vittima; indossava un vestito azzurro, con i calzoni neri ed un cappello a cono; chi fosse riuscito a sottrarglielo sarebbe stato molto fortunato, in quanto avrebbe potuto trovare la mappa di un tesoro. Infatti, secondo un’altra leggenda, al confine del Regno con la Campagna Romana, al centro del fiume e sotto il suo flusso idrico, sorgeva l’ingresso di una grotta, dalla quale alla mezzanotte dell’inizio dell’anno usciva un folletto delle acque, con un cappello a corno, scarpe a punta e pantaloni corti. Camminava per due chilometri, gettando sale e pepe alle sue spalle e, misurata esattamente una distanza, nascondeva presso un grosso masso una consistente somma di denaro. Poscia percorreva a ritroso la strada, camminando sul sale e sul pepe e tornando alla spelonca. Questa singolare figura è presente anche in altre regioni, in Sicilia col nome di farfareddu, in Puglia viene denominato lauro, a Napoli munacielle, al quale è molto simile il Babbaceglie sorano. Per quanto riguarda la loro origine, la tesi più accreditata li fa derivare dai Lares latini, dèi benefici di origine etrusca inizialmente legati al culto del focolare domestico e degli antenati e poi considerati protettori della proprietà e della casa. Torniamo adesso al mitico rione Cancéglie; questo, insieme a Pianello, è il vero cuore di Sora; dovunque ci voltiamo, possiamo ammirare artistici battenti e curiosi elementi decorativi sui portoni, raffigurazioni sacre sulle facciate degli edifici, chiavi di volta nei portali recanti oggetti e simboli vari. Sembra quasi di tornare indietro nel tempo, si crea un’atmosfera particolarissima, che soltanto un centro storico può offrire al nostro animo. Finiti in piazza San Silvestro, possiamo visitare la chiesa omonima. Qui, un migliaio di anni fa, sorgeva una torre facente parte del sistema difensivo della città. Dopo averla distrutta, San Domenico Abate, nel 1029, fece costruire la chiesa con annesso monastero. A quel tempo, la zona era quasi deserta ed il terreno era suddiviso in tanti piccoli orti, delimitati e chiusi da cancelli, dai quali derivò l’appellativo "De cancellis", successivamente trasformato in "Cancello" nel XVII secolo.
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