Itinerario turistico I
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Itinerario turistico

Iniziamo la nostra passeggiata dalla zona Nord del centro urbano, e precisamente dalla Cattedrale. Ci troviamo nei pressi di essa e possiamo ammirare il torrione aragonese, realizzato intorno al XV secolo, caratteristico per la sua forma circolare; questo perché aveva necessità difensive, in quanto poteva meglio resistere ad assalti portati servendosi della polvere da sparo, la cui introduzione nei conflitti bellici rivoluzionò le tecniche militari. Questa singolare costruzione difensiva occupa uno spigolo del complesso formato dal Duomo, dall’episcopio e dal Seminario interdiocesano, uno dei primi d’Italia, fondato dal Vescovo Tommaso Gigli nel 1565, di ritorno dal Concilio di Trento al quale aveva partecipato.

Saliamo la scalinata della Cattedrale, edificata nell’XI secolo sui resti di un tempio dedicato al dio Sole, risalente forse al III secolo a.C.; secondo la tradizione, in questo luogo furono martirizzati i carnefici di Santa Restituita, che si erano pentiti e convertiti al Cristianesimo. La chiesa subì le sorti della città, bruciata nel 1103 e nel 1156; fu distrutta nel 1229 da Federico II, che nel suo testamento ordinò di farla ricostruire, pentito del suo gesto. Durante i secoli successivi, si arricchì di un soffitto a cassettoni ed oro zecchino e di vistosi stucchi che oscurarono il travertino spugnitoso delle eleganti strutture costruttive. Scampata al sisma marsicano-sorano del 13 gennaio 1915, fu devastata da un incendio esattamente un anno dopo; fu restaurata su progetto e direzione lavori dell’ingegnere Paolo Cassinis, che lavorò senza alcun compenso. Di recente, si segnalano i restauri ed il Crocifisso; questa bellissima opera, che si può ammirare nell’abside, in fondo alla navata centrale, realizzata dal celebre artista Antonio Notari, residente a Sora, è stata donata alla Cattedrale da Monsignor Luca Brandolini, attuale Presule della nostra diocesi.

Nella navata sinistra, possiamo ammirare la tela "Santa Caterina, San Bernardo e San Domenico", attribuibile secondo alcuni e con molti dubbi a Giuseppe Cesari detto "il Cavalier d’Arpino"; il Trittico ad olio "Madonna col Bambino" di Cristiano Mayer Ross di Bergen, pittore norvegese, che dipingeva nella nostra città sul finire del secolo scorso, e che in quest’opera ha raffigurato una Madonna con bambino recante ai lati San Francesco e San Rocco e sullo sfondo uno scorcio di Sora vista dal ponte di Napoli; il volto di San Rocco è di Vincenzo Simoncelli, insigne giurista sorano, quello della Madonna di Giulia Scialoia che poi sarebbe divenuta la moglie dell’ìnclito giurisperito. Possiamo notare come nel quadro l’intensità di caratterizzazione si unisca con la solidità plastica, creando una composizione fortemente armonica e caratterizzata da equilibrio ed euritmìa. L’opera, databile agli inizi del secolo, fu donata dal Simoncelli all’ospedale civile e poi è stata collocata in questa splendida atmosfera.

Non deve sorprendere la presenza a Sora di un artista straniero; a quel tempo molti pittori danesi, Christian Zarthmann, Severino Kroyer ed altri, con i loro discepoli, i figli del re di Danimarca, avevano un’abitazione, ancora esistente, a Civita d’àntino, nei pressi di Morino, in Abruzzo, e venivano spesso nella nostra città. Christian Mayer Ross dipingeva personaggi e paesaggi sorani e poi vendeva le sue opere o le spediva nelle gallerie d’arte estere. Addirittura a Copenaghen è conservata una tela, risalente al secolo scorso, del pittore danese Theodor Philipsen, raffigurante la riva del fiume ed il lungoliri Giuseppe Rosati, visti dalla riva opposta del Liri, dal lungoliri Cavour. Tornando all’edificio sacro, nella navata destra è custodito il corpo di San Giuliano Martire; miracolosamente scampato all’incendio del 1916, fu sistemato in quest’altare dedicato al santo.

Eccone esposta brevemente l’agiografia: San Giuliano era un soldato proveniente dalla Dalmazia, una provincia romana. Mentre si dirigeva a Roma, nei pressi di Anagni incontrò alcuni soldati sorani, e li salutò con la frase: "La pace sia con voi, fratelli". Essi sospettarono da ciò che fosse cristiano, ed alle loro domande inquisitorie egli rispose di essere non soltanto seguace della fede di Cristo, ma anche propagandista ed evangelizzatore della religione cristiana, come portatrice di luce nel mondo e come dispensatrice di fede, speranza e carità. Fu quindi arrestato e portato a Sora davanti al proconsole Flaviano, e rinchiuso in un luogo nei pressi della città denominato "Le tre torri", affinché morisse di fame. Ma sette giorni dopo fu trovato vivo e vegeto e fu ricondotto al cospetto di Flaviano, che gli ordinò di sacrificare agli dèi. Il santo, sdegnato, rifiutò ed all’istante il tempio della divinità orientale Serapide crollò. A quel punto Flaviano, infuriato, condannò a morte il santo, che, proprio nei pressi del tempio crollato, fu decapitato con la spada il 27 gennaio del 161 d. C. sotto l’imperatore Antonino Pio (138-161).

Nel luogo del martirio fu costruita una chiesetta dove il santo fu seppellito. Il suo corpo fu rinvenuto dal vescovo Monsignor Girolamo Giovannelli, che il 6 aprile del 1614, con grande concorso di popolo, lo trasferì solennemente nella chiesa di Santo Spirito, da poco costruita con materiale proveniente dal tempio di Serapide summenzionato. Il corpo fu poi nuovamente traslato nella Cattedrale il 10 agosto 1802 e posto sotto l’altare maggiore, e dopo essere miracolosamente scampato all’incendio del 1916, il 15 novembre dello stesso anno fu collocato in quest’altare che stiamo osservando. Da ammirare anche, in piazza Antonio Annunziata, in uno dei nuovi quartieri di Sora, la chiesetta dedicata al Martire, risalente al XVII secolo, restaurata lo scorso decennio. Con certezza si inizia a parlare di questo tempio nel 1308.

Tornando nella Cattedrale, nella Cappella dei Vescovi, lungo la navata destra, si può ammirare il trittico quattrocentesco "Il Salvatore con due Angeli" e nella navata sinistra il gigantesco quadro "L’Assunta" di Cipriano Cei, dalla vigorosa campitura e dall’intenso cromatismo. E nella parete alla confluenza della Cappella dei Vescovi con l’Altare del Santissimo, si rimane estasiati davanti al bellissimo mosaico ligneo del Salvatore Pantocràtore, Cristo Onnipotente. Il superlativo capolavoro d’intarsio è stato eseguito dall’abilissimo e famosissimo Commendatore Giuseppe Tomassi, grandissima figura sorana nel campo della lavorazione del legno e della produzione di mobili. Nella sacra raffigurazione confluiscono elementi figurativi e concettuali desunti dal tema della maestà, della potenza e della sacralità.

Nel campanile della cattedrale, possiamo ammirare una delle raffigurazioni del nostro scudo comunale. Dopo essere usciti, ai nostri occhi si presenta in tutta la sua imponenza la loggia per le benedizioni, ormai in disuso, e sotto di essa la suggestiva rappresentazione di Padre Pio da Pietrelcina e della Via Crucis, tutte opere dell’artista Tommaso Gismondi di Anagni. Entriamo in via Beniamino Terenzi (ex via Sant’Apronunzio o Sant’Aprossunzio), riattivatore del telegrafo dopo lo sconvolgimento tellurico del 13 gennaio 1915; quest’arteria fa parte dell’antico tracciato che fungeva da asse stradale della città, proseguendo fino a San Silvestro e San Rocco attraverso Pianello e Sant’Antonio Abate; questa via pedemontana svolgeva le funzioni dell’odierno corso dei Volsci, che però è stato realizzato nei suoi attuali sviluppo ed ampiezza soltanto negli anni Venti di questo secolo, demolendo le costruzioni che ne ostacolavano un regolare tracciato. Il rione Pianello, in cui ci stiamo addentrando, è il cuore più antico della nostra città, infatti l’altra zona del centro storico, Cancéglie, anticamente si trovava fuori dalle mura cittadine, in quanto utilizzata per produzioni agricole. Da via Terenzi scendiamo direttamente attraverso vicolo Lanna confluendo in via Carlo Annonj, lungo la quale possiamo ammirare diversi e caratteristici portali in pietra viva recanti iscrizioni, decorazioni, simboli araldici o le iniziali dei proprietari delle abitazioni; lungo l’arteria possiamo anche entrare nel sopportico Lanna, uno dei rarissimi esempi presenti nel centro storico della nostra città. è composto da una volta a botte più una volta a crociera che raccorda un’entrata con la parete opposta. A sinistra, prima del sopportico, nella parte inferiore di un’entrata possiamo osservare una decorazione, un rosone a otto petali, forse una libera interpretazione del rosone a sei petali, simbolo del sole. Altra rappresentazione dell’astro che si può incontrare è il bucranio, il cranio di bue. L’importanza di quest’ultimo simbolo è tale che il segno alfa, primo dell’alfabeto fenicio, altro non è che la schematizzazione della testa di bue, ed inoltre alfa nella lingua fenicia significa bue. A destra, invece, si può scorgere un triangolo di scarico, in quanto nella costruzione delle mura e delle luci aperte in esse sopra le travi, cioè le strutture orizzontalmente disposte sopra le aperture delle mura, si lasciava il vuoto distanziando il materiale da costruzione sovrastante tramite tavolette di legno o materiali di caratteristiche analoghe. Ciò veniva fatto per impedire che la pressione dei materiali posti superiormente potesse andare ad incidere in maniera gravosa e traumatica sulla trave summenzionata. Il triangolo di scarico ha origini antichissime; già nell’antica Grecia, nella Porta dei Leoni, a Micene, se ne può vedere un esempio lampante, che va ad assurgere anche ad elemento decorativo e funzione estetica. In quel monumento, il supporto lapideo dei due leoni scolpiti è una struttura molto più leggera dei blocchi che si trovano prima e dopo la porta e ciò per non gravare l’architrave sottostante. C’è anche un’altra ragione per cui il triangolo di scarico è importantissimo: lo possiamo anche vedere nella caratteristica capriata con saettoni. La capriata è sempre una struttura triangolare in cui c’è una trave orizzontale, la catena, una verticale, il monaco, che potremmo definire come l’altezza del triangolo, ed altri due pali, chiamati puntoni, che ne costituiscono i lati. I saettoni raccordano il monaco ai puntoni. Ricordiamoci che il triangolo è una struttura indeformabile, nel senso che qualsiasi pressione esercitata sui suoi vertici non riesce ad alterarlo, infatti viene impiegato in tanti settori della tecnica come pali Bates, a traliccio, ecc.. Inoltre, sempre nella capriata, tra la catena, la trave orizzontale, ed il complesso costituito dai saettoni, travi oblique, e dal monaco, il palo verticale, rimane un piccolo spazio per evitare che la trave sottostante vada a rottura in caso di forte sollecitazione. Lo stesso avviene nel triangolo di scarico: durante i fenomeni sismici, la distanza interposta riduce lo stress dell’architrave e ne impedisce la rottura.

Ma il problema della flessione delle travi ha inciso notevolmente sulla fisionomia costruttiva delle antiche abitazioni e vale quindi la pena svilupparlo; per comprendere questo aspetto, possiamo esaminare il comportamento di una semplice trave appoggiata alle due estremità, che debba sopportare un carico verticale. La trave si flette in modo tale che la parte superiore risulta compressa, in quanto le particelle componenti, le fibre, si avvicinano, e quella inferiore tesa, poiché le particelle componenti si allontanano; affinché la trave non si rompa, è necessario che il materiale da cui essa è costituita sia in grado di resistere sia a compressione che a trazione. Le murature, fatte di mattoni o di pietrame connessi da malta, offrono una resistenza a trazione molto ridotta e non sono adatte pertanto alla costruzione di travi o di architravi.

Nei tempi antichi, non era possibile superare una grande luce se non ricorrendo alle strutture ad arco, che funzionano in uno stato di sola compressione. Le costruzioni con architravi richiedevano l’impiego di grossi blocchi di pietra compatta, capace di fornire una certa resistenza a trazione, per coprire luci modeste ed infatti nelle costruzioni le aperture erano più piccole in basso, perché sottoposte a maggiori sforzi, ed in caso di sisma il materiale sovrastante non sarebbe andato ad incidere in maniera determinante sull’architrave, evitando quindi che questa andasse a rompersi. Gli stessi campanili venivano realizzati con aperture di dimensioni maggiori man mano che si saliva verso l’alto. Da questa esigenza è nata, per esempio, la configurazione del tempio greco, dotato di molte colonne ravvicinate. Altrimenti, per edifici di minore importanza, ed in generale per le coperture degli ambienti, era necessario ricorrere al legno, materiale peraltro poco durevole ed esposto al pericolo di incendio. Il calcestruzzo armato risolve egregiamente il problema della flessione, anche se il concrete, molto resistente a compressione, possiede una resistenza a trazione molto piccola, perciò nella parte tesa delle travi vengono disposte le barre dell’armatura principale che svolgono appunto la funzione di fornire la resistenza a trazione necessaria per assicurare l’equilibrio. Torniamo in via Annonj, per ammirare il maestoso ed omonimo palazzo, residenza di una famiglia che anticamente da qui amministrava le sue immense proprietà; attorno alla splendida residenza, ancora oggi si possono vedere le casupole, o meglio gli abitùri, dei servitori di questo ricchissimo casato e degli altri che fissarono nel rione la loro residenza. Da ammirare, nel palazzo, il maestoso portale in pietra viva, i graziosi balconcini in ferro battuto ed un’apertura murata, la cui chiusura è stata dissimulata ridipingendovi sopra una persiana, per non rompere l’armonia del prospetto. Sopra l’anta di un portone, di fronte al palazzo Annonj, si può vedere addirittura un pannello metallico recante una vecchissima e curiosa pubblicità di un diffuso entomòctono. Dietro il palazzo Annonj entriamo in via Felice Cavallotti, grande esponente del radicalismo nazionale, qui ricordato per essere stato uno dei collaboratori dell’"Eco del Liri", un ebdomadario politico-letterario stampato a Sora, per qualche tempo, sul finire del secolo scorso. Al Cavallotti, prima del sisma marsicano-sorano del 13 gennaio 1915, era dedicata una piazza a poca distanza dall’odierna via.

Entriamo in via Amedeo Carnevale; interessante il palazzo della famiglia Tuzj per il quale vale lo stesso discorso fatto per la famiglia Annonj. I Tuzj posero qui la loro residenza e poi furono circondati dalle casupole dei servitori e collaboratori. Dopo la maestosa costruzione sorge la graziosa cappella gentilizia dedicata a Santa Filomena; in stile pseudogotico, con elementi costruttivi (croce, guglie, pilastri) in travertino o pietra morta o pietra spugna o spugnone, materiale da costruzione ampiamente utilizzato in passato, anche perché reperibile ed estraibile nelle zone periferiche della città. I luoghi di estrazione si trovano ancora oggi nelle contrade periferiche Valleradice e Pantano; questo materiale da costruzione è poi caduto in disuso in quanto, per contenimento dei costi, reperibilità dei materiali occorrenti, semplicità di esecuzione e prestazioni tecnologiche di resistenza agli agenti aggressivi, al fuoco ed all’usura, quindi per comodità e praticità di realizzazione, si è diffuso il calcestruzzo armato, meno propriamente detto cemento armato.

Una curiosità che ci riporta al secolo scorso: ci sono varie versioni dei cognomi Annonj e Tuzj, famiglie di cui si è parlato poc’anzi: Annonj ed Annoni, Tuzi, Tuzzi, Tuzii, Tuzj, Tutij. Ma se dobbiamo riferirci all’Archivio di Stato di Frosinone, che riporta il Catasto Murattiano, cioè il censimento delle proprietà di tutti i casati sorani effettuato all’inizio del secolo scorso, le famiglie dai ricchi possedimenti terrieri erano Tuzj ed Annonj. Mentre, attraverso via Gelsi, ci inoltriamo nel centro storico della città, siamo circondati da una magica atmosfera, che sembra quasi farci tornare indietro nel tempo, ma purtroppo spesso veniamo riportati al presente da tante situazioni anomale, come i portoncini in alluminio anodizzato o le targhe viarie costituite da una contropiastra fissata al muro e dalla targa applicata sopra e bloccata da viti disposte lateralmente. Sarebbero sicuramente meglio le scritte nere su intonaco bianco o le lastre marmoree! In via Mancinelli, una delle strade alla nostra sinistra, ci soffermiamo su un portale caratterizzato da curiose raffigurazioni lapidee; la chiave di volta è sormontata da un pecten jacobaeus, coquille Saint-jacques, conchiglia dei pellegrini o pettine e la chiave medesima è un cuore circondato da due serpenti, o da due vipere secondo altri, che sono i simboli e gli attributi del dio taumaturgo della medicina Asclepio in greco, Esculapio in latino. Inoltre si può scorgere una sorta di caduceo di ermetica memoria; tutto ciò ci induce a pensare che questa probabilmente era l’entrata di una farmacia.

Nei pressi di questo portone, due antiche e maestose costruzioni, palazzo Siciliani, risalente al XVI secolo, abitato in passato da una famosa famiglia di giurisperiti e palazzo delle Stimmatine, ora sede dell’Oasi Francescana e della biblioteca del Centro di Studi Sorani "Vincenzo Patriarca".

Adesso saliamo lungo il Monte "Santi Casto e Cassio", e volendo potremmo andare a visitare l’arce cittadina, l’acropoli sorana, chiamata Rocca Sorella o Castro Surella (Sorella e Surella stanno per piccola Sora) dal IX al XVI secolo e poi San Casto fino ai nostri giorni. La fortezza, meno propriamente definita castello, nella sua attuale sistemazione fu realizzata nel XVI secolo dall’architetto orobico Evangelista da Carrara, su resti romani e medioevali del baluardo preesistente. Nel perimetro murario della roccaforte, secolare sentinella della nostra città, possiamo ammirare sei torrioni, dei quali uno cilindrico ed uno poligonale. Nel secolo scorso, per la simbolica cifra di 140 lire, la roccaforte e la circostante area del Monte "Santi Casto e Cassio", furono cedute dal demanio al comune di Sora. Ai giorni nostri, negli anni Cinquanta, il propugnacolo è stato restaurato. Torniamo alla salita Sant’Antonio Abate, che ci porta al tempietto omonimo, facendoci godere anche un interessante panorama della città. Questa suggestiva chiesetta era l’eremo dei Cistercensi di San Silvestro per la preghiera, la penitenza e la solitudine fin dal XIII secolo. Qui ricevette gli Ordini Minori uno dei più illustri figli di Sora, Giuseppe Rosati. Egli nacque a Sora il 13 gennaio 1789 ed iniziò gli studi nel nostro Seminario. Entrò nella Congregazione dei Preti della Missione a Roma, dove fu ordinato sacerdote nel 1811. Quattro anni dopo, con spirito di fervente cristiano e di evangelizzatore, partì missionario per il Nuovo Continente, arrivando a Baltimora nel 1816 ed inoltrandosi nell’area del Missouri. Giunse a Saint Louis nel 1817, con un territorio sconfinato affidato alle cure apostoliche sue e dei suoi confratelli. Predicava in inglese ed in francese stupendo letteralmente tutti. Nel 1826 divenne vescovo di Saint Louis e si prodigò per la costruzione di scuole, chiese e altre opere sociali. Instancabile promotore di iniziative, sempre attento e zelante, non sentiva la fatica, esaltato dalle pagine evangeliche e dal cuore colmo di fede. Nel 1827 fondò con i Gesuiti l’Università di Saint Louis; nel 1842 lasciò quelle terre e svolse incarichi diplomatici per conto del papa Gregorio XVI. Purtroppo, nella Città Eterna, in giovane età, il 23 settembre 1843 il Rosati cedette al fato. Sarebbe sicuramente divenuto Cardinale, se non fosse morto così presto. Ma, ugualmente, un grande riconoscimento per il suo lavoro gli è stato tributato nel 1931, quando la città di Krowbview, nel Missouri, ha mutato il suo nome in Rosati. I discendenti di coloro che attinsero a piene mani dalle ricchezze del suo cuore e della sua mente hanno scelto questa significativa maniera per ricordarlo con affetto imperitùro ed affidarne la memoria alle nuove generazioni.

Scendiamo dal tempietto di Sant’Antonio Abate e ci troviamo nei pressi del palazzo Branca, risalente al XVIII secolo, sede in passato dell’Impresa Elettrica Marsella e Branca, che si occupò della realizzazione degli impianti di illuminazione all’interno del centro urbano; ora l’elegante costruzione è abitata da diverse famiglie. Saliamo verso San Silvestro e ci fermiamo in prossimità del vicolo Capannella, dove rimaniamo meravigliati da una singolare presenza: un’interessante raffigurazione in cartapesta di Sant’Antonio da Padova, detto "degli sfollati" perché realizzato appunto da uno di questi ultimi sul finire del secondo Conflitto Mondiale. Proseguiamo ulteriormente attraverso vicolo Cavoni e ci immettiamo in vicolo Cavoni I°, e sulla sinistra possiamo vedere il vicolo "Pantasma", così chiamato per la sua pendenza e per la prospettiva distorta che ne segue. Un tempo, di notte, alla fioca luce artificiale, le persone che si trovavano nella parte alta del vicolo apparivano mostruose viste da coloro che si trovavano nella parte bassa. Al di là del fenomeno leggendario, c’è un elegante e snello arco policentrico in travertino, che raccorda due costruzioni prospicienti. Testimonianze del passato, di tanti secoli di storia, le credenze popolari affondano le radici nelle paure ancestrali dell’uomo. Ne descrivo un’altra manifestazione: un tempo si credeva all’esistenza del Babbaceglie, una tradizione popolare ancora radicata nelle nostre campagne, che lo collegava alle anime dei bambini passati a miglior vita senza essere stati rigenerati alla grazia tramite il Battesimo. Era una sorta di folletto, suscettibile e vendicativo, che si divertiva a fare dispetti alla gente, nascondendosi nei tini al momento della vendemmia o arricciando le code dei cavalli, ma sembra che avesse anche qualche aspetto positivo, mostrandosi utile ed aiutando l’uomo nel lavoro dei campi ed in quello domestico. Amava i bambini e le ragazze avvenenti, disprezzando nel contempo le vecchie. Era un inguaribile burlone, capace di combinare scherzi di ogni genere, si divertiva soprattutto ad impadronirsi delle calze, delle scarpe e degli stivali di chi dormiva. Anzi, spesso si metteva di peso sul ventre di quest’ultimo malcapitato, scappando soltanto al primo movimento della vittima; indossava un vestito azzurro, con i calzoni neri ed un cappello a cono; chi fosse riuscito a sottrarglielo sarebbe stato molto fortunato, in quanto avrebbe potuto trovare la mappa di un tesoro. Infatti, secondo un’altra leggenda, al confine del Regno con la Campagna Romana, al centro del fiume e sotto il suo flusso idrico, sorgeva l’ingresso di una grotta, dalla quale alla mezzanotte dell’inizio dell’anno usciva un folletto delle acque, con un cappello a corno, scarpe a punta e pantaloni corti. Camminava per due chilometri, gettando sale e pepe alle sue spalle e, misurata esattamente una distanza, nascondeva presso un grosso masso una consistente somma di denaro. Poscia percorreva a ritroso la strada, camminando sul sale e sul pepe e tornando alla spelonca. Questa singolare figura è presente anche in altre regioni, in Sicilia col nome di farfareddu, in Puglia viene denominato lauro, a Napoli munacielle, al quale è molto simile il Babbaceglie sorano. Per quanto riguarda la loro origine, la tesi più accreditata li fa derivare dai Lares latini, dèi benefici di origine etrusca inizialmente legati al culto del focolare domestico e degli antenati e poi considerati protettori della proprietà e della casa. Torniamo adesso al mitico rione Cancéglie; questo, insieme a Pianello, è il vero cuore di Sora; dovunque ci voltiamo, possiamo ammirare artistici battenti e curiosi elementi decorativi sui portoni, raffigurazioni sacre sulle facciate degli edifici, chiavi di volta nei portali recanti oggetti e simboli vari. Sembra quasi di tornare indietro nel tempo, si crea un’atmosfera particolarissima, che soltanto un centro storico può offrire al nostro animo. Finiti in piazza San Silvestro, possiamo visitare la chiesa omonima. Qui, un migliaio di anni fa, sorgeva una torre facente parte del sistema difensivo della città. Dopo averla distrutta, San Domenico Abate, nel 1029, fece costruire la chiesa con annesso monastero. A quel tempo, la zona era quasi deserta ed il terreno era suddiviso in tanti piccoli orti, delimitati e chiusi da cancelli, dai quali derivò l’appellativo "De cancellis", successivamente trasformato in "Cancello" nel XVII secolo.

 

 

 


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