Il Tanatoico Sorano I
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  • I sepolcri non possono recare alcuna consolazione ai defunti, ma sono testimonianza del legame che stringe i vivi ai morti; quindi noi non dobbiamo pensare alle sepolture in una visione idillica, ma eroica. Il sepolcro è vita perché è il segno tangibile di chi ci ha preceduto e di cui noi continuiamo le premesse. Una catena di affetti collega i morti ai vivi in una continuità che in sé è immortale. Gli avelli degli umili richiamano gli animi ai più elementari sensi di umanità che si trasmette di generazione in generazione, quelli dei grandi attestano la necessità di mantenere viva una tradizione in cui l’uomo ha dato e darà le sue più alte prove. La morte incombe sulle spalle con le ali di piombo e l’uomo ha sempre cercato di sfuggirle; gli stessi alchimisti ricercavano oltre alla ricchezza, da ottenersi mediante la pietra filosofale, anche il filtro della salute e l’elisir di lunga vita, proprio per scampare alla corruzione del corpo.

  • L’immagine della vita che si annullerà ad un certo momento ci angoscia tutti; è molto più gioiosa la visione del mondo rispetto alla squallida immagine di ossami, anche se il nostro stesso transito terrestre ci sembra soltanto l’opera affaticante di una forza che, di moto in moto, tutto continuamente trasforma nulla lasciando all’eternità. La nostra esistenza, mediamente 73 anni, si risolve in pochi momenti, sembra incredibile, ma è così: 880 mesi, 3810 settimane, 27.000 giorni, 648.000 ore, 38.800.000 minuti, 2.332.800.000 secondi, 500.000.000 di respiri, 2.500.000.000 di battiti cardiaci e 700 tagli di capelli. Adesso ci siamo, tra un miliardesimo di secondo potremmo non esserci più, l’unica certezza umana è l’intèrito.

  • Ecco perché esiste una corrispondenza tra i vivi ed i morti, un amore che li lega ed assicura la continuità di vita di questi ultimi, una mistica del ricordo e dell’affetto umano che si offre consolatrice di queste sterili e gelide cifre e fa scaturire un profondo senso di solidarietà degli uomini tra loro. Nulla rimane all’estinto che non lasci amore dietro di sé.

  • Le tombe dei grandi accendono l’animo forte a cose egregie. Non è soltanto un monito che viene dal passato al presente, non è soltanto un’antica idea di un incitamento dato ai vivi dall’esempio dei grandi morti; è qualcosa di più profondo e misterioso, uno slancio vitale che abbraccia l’insieme degli uomini e della natura, quasi che l’esistenza trascorsa di grandi intelletti sia testimonianza sicura di una corrente di forze vive che continua nel presente per nobilitare gli animi umani.

  • Un ringraziamento al Ragioniere Michele Conetta, che mi è stato prodigo di suggerimenti.

  • Nella nostra città la certosa è una realtà recente; in epoche antiche la sepoltura dei cadaveri era soggetta a vari criteri; ai tempi dell’antica Roma avveniva lungo le strade, ed infatti riguardo alla via Mancini, San Domenico o Vecchia (nelle contrade Tofaro e San Domenico, lungo la roggia di servitù industriale Mancini-San Giuliano) si parla ancora di via dei Sepolcri, proprio perché in ossequio alla tradizione romana, l’ultima dimora sorgeva in prossimità delle arterie di comunicazione. Un altro sito che ricorda queste finalità, anche a livello toponomastico, è via Tombe, tra la contrada San Ciro e la frazione di Carnello, proprio nei pressi della strada che univa la zona delle Trecce con la popolosa frazione situata a Sud dell’abitato di Sora; via di comunicazione che non seguiva l’attuale tracciato attraverso la contrada Campovarigno, essendo quest’ultima zona assai facilmente soggetta ad inondazioni per la quota altimetrica più bassa delle zone circostanti e per la mancanza di opere per la raccolta e lo smaltimento del flusso idrico in esubero.L’arteria congiungente le due località passava invece nella zona situata a destra dell’attuale e moderno tracciato e si insinuava serpeggiando nella campagna e nel querceto. 

  • Altro luogo deputato al pio ufficio della sepoltura fu nell’epoca paleocristiana la contrada Valleradice, che soprattutto nelle spelonche del colle Santamaria, quasi al confine con Pescosolido, vide la tumulazione dei primi cristiani, che proprio qui si rifugiavano per sfuggire alle persecuzioni; successivamente, per evitare epidemie, anche all’indomani degli sconvolgimenti tellurici che colpirono Sora, tali antri furono purtroppo nuovamente utilizzati come sepolcreti.

  • Col passare dei secoli fu adottato un sistema che durò a lungo, fino al secolo scorso, la sepoltura sotto il pavimento delle chiese, in quanto quasi sempre esse conservavano al loro interno reliquie di Santi e di Martiri, oggetto di grande venerazione, e la loro presenza veniva ancor di più a rafforzare il desiderio da parte dei fedeli di essere sepolti in quelle oasi di intensa spiritualità cristiana, nelle quali, quindi, si adorava Dio, si veneravano le reliquie dei Santi e si ricordavano i rapiti nella Reggia Celeste.

  • Torniamo adesso al complesso delle moderne catacombe sorane, sorto nel 1842, presso la strada degli Abruzzi, in una zona che allora si trovava abbastanza distante dal centro abitato, in base ad un editto reale che a distanza di alcuni anni faceva proprio il contenuto dell’editto napoleonico di Saint-Cloud, esteso all’Italia nel 1806, che diceva appunto che i cimiteri dovevano essere circondati da mura altissime e che dovevano stare lontano dai centri abitati [ancora oggi la zona di rispetto è di 200 metri e non può essere diminuita in alcun modo e da nessun lato da costruzioni successive; a tal proposito vedi Regolamento di Polizia Mortuaria Decreto del Presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n° 285 (in supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n° 239, del 12 ottobre) che, al capo X, articolo 57, comma 1, dice: I cimiteri devono essere isolati dall’abitato mediante la zona di rispetto prevista dall’articolo 338 del testo unico delle leggi sanitarie, approvato con regio decreto 27 luglio 1934, n° 1265 e successive modificazioni.

  • Comma 3 è vietato costruire, entro la fascia di rispetto, nuovi edifici o ampliare quelli preesistenti.

  • Comma 4 Nell’ampliamento dei cimiteri esistenti, l’ampiezza della fascia di rispetto non può essere inferiore a 100 metri dai centri abitati nei comuni con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

  • Ed al capo X, articolo 61, comma 1: Il cimitero deve essere recintato lungo il perimetro da un muro o altra idonea recinzione avente un’altezza non inferiore a metri 2,50 dal piano esterno di campagna. (e non succede in via Divisione Acqui e dal lato finitimo alla ferrovia Avezzano-Roccasecca)]. La necropoli sorana vede quindi la luce nel 1842 in una zona periferica, quando la strada per gli Abruzzi non aveva ancora quella connotazione, quella peculiarità e quell’importanza che la contraddistingueranno in seguito . Il cimitero di Sora, nella sua costruzione, andò a troncare ed a insediarsi su un tratto di strada che univa le attuali via Conte Canòfari, via Cocòrbito e via San Giovanni e Paolo, con quest’ultima che va a confluire nel tratto iniziale della strada vicinale Vecchia di Campoli, poi sostituito dal moderno viadotto a pendenza costante che partendo da via Marsicana oltrepassa la linea ferroviaria Avezzano-Roccasecca e si lascia alla sua destra la vicinale dianzi menzionata, nella località San Marciano, e la vicinale poi si innesta nella Strada Statale "666" di Sora.

  • Ad avvalorare quest’ipotesi c’è la conformazione del terreno, la topografia e l’asse comune del sistema viario con il punto di discontinuità dovuto alla presenza della certosa; infatti via Conte Canòfari (da cui si staccava un tronco che raggiungeva la proprietà degli Annonj sita dove ora sorge la caserma militare "Simone Simoni", latifondo che al passaggio della linea ferroviaria fu ricollegato alla vecchia arteria da un ponte) si interrompe nella regolarità del suo tracciato all’altezza circa della sua confluenza in via Divisione Acqui e la strada si sposta verso sinistra nel largario antistante al sepolcreto denominato piazzale Domenico Iaforte e Raffaele Milano Martiri delle Fosse Ardeatine e poi il tracciato viario confluisce in via Cocòrbito; sicuramente la congiungente tra le sopraccitate arterie di traffico aveva un percorso più regolare senza i gomiti dovuti all’erezione della necropoli, detta all’inizio, nel linguaggio comune e popolare, i camp d ’gnora Trsina. 

  • La certosa sorana ha quindi 156 anni di storia; negli anni Cinquanta del secolo scorso risultava così strutturata: settore delle fosse suddiviso in quattro campi d’inumazione con suggestivi roseti ed alberi funerei adatti alla sacralità del luogo. Inoltre era costituita dalla Cappella comunale e di fronte, in prossimità dell’attuale Sepolcreto di San Francesco, un’analoga costruzione funeraria di proprietà della Confraternita detta della Buona Morte, da cui possiamo far derivare, con alcune riserve, l’attuale Confraternita detta dei Sacconi; sotto la cappella in questione fu costruito un sotterraneo in ordine gotico con cubìcoli ricavati nelle strutture murarie da fungere come ultima dimora dei confratelli formanti la pia aggregazione. Altre tre cappelle appartenenti a privati si innalzavano sul lato superiore dell’albergo della morte.

  • Quindi, come prima cappella nella necropoli sorana sorse quella di San Francesco, con l’iniziale e più antica struttura da individuare nella cosiddetta rotonda, lo spazio semicircolare che si può vedere nel soccorpo, quando, dopo aver sceso le scale e trovandosi nella cripta, si volge lo sguardo verso i campi d’inumazione, osservando uno spazio semicircolare che, oltre a fungere da settore di tumulazione e di conservazione delle ossa, serve anche da muro di contenimento per i soprastanti campi d’inumazione. Nemmeno questo luogo sacro fu risparmiato dalla ctonocinèsi marsicana-sorana del 13 gennaio 1915. 

  • Adesso la Cappella è amministrata dalla Confraternita dei Sacconi o del Sacro Cuore di Gesù e recentemente sono stati eseguiti lavori di restauro dell’ambiente ipogeo sapientemente condotti dall’Impresa di costruzioni Pasquale Perruzza di Ridotti di Balsorano (AQ); con l’abilità, la maestria e la perizia tecnica del titolare e di suo figlio Tonino si è restituito decoro a quel luogo sacro, procedendo all’abbattimento ragionato delle mura di sostegno della struttura soprastante, operando prima la demolizione delle vecchie opere e la realizzazione delle nuove da un lato, e poi, dopo consolidamento di queste ultime al punto tale da sopportare le sollecitazioni, attuando la medesima procedura dall’altro lato. Al Perruzza ed a suo figlio va l’unico merito di aver sapientemente ridato dignità a quel mausoleo, lasciandogli quella sacralità che lo contraddistingueva prima dei lavori, ma anche apportando un’apparenza di moderno con i nuovi colombari dalle snelle e sobrie caratteristiche costruttive, frutto di una vasta esperienza e di infinite cognizioni tecniche, ma soprattutto di una serietà professionale che ha impegnato per mesi gli artefici materiali della lungimirante realizzazione. 

  • Il rifacimento ha realizzato tanti cubìcoli disposti a fornetto per la conservazione di quattro cassette zincate contenenti i resti delle estumulazioni e delle esumazioni (anche se, purtroppo, una volta, utilizzando sacchetti di stoffa come contenitori o non usandone affatto, in analoghe strutture trovavano posto fino ai resti di dodici persone, a parte l’altra usanza di collocare il sacchetto di ossa nel loculo per tumulazione, assieme a qualche feretro tumulato); ma purtroppo ha anche eliminato una testimonianza del passato, i caratteristici loculi per la sepoltura in verticale, proprio per fare spazio ai colombari per le cassette-ossario. Torniamo adesso alla storia della certosa; dopo la Cappella della Confraternita della Buona Morte, altre devote aggregazioni decisero di innalzare il loro sepolcreto sul sacro suolo del cimitero di Sora. 

  • Per quanto concerne la Confraternita di Santo Spirito o Confraternita dell’Addolorata o Confraternita dei Nobili di Santo Spirito, essa prestava ai suoi iscritti non soltanto un’assistenza che si fermava in vita, ma si faceva ancor più operosa nella morte; infatti i funerali, l’accompagno funebre, erano svolti fedelmente come devota associazione e per via di questo cristiano e pio operato nel 1846, ad appena qualche anno dal decreto regio che rendeva obbligatoria la sepoltura dei cadaveri fuori del paese, nel cimitero civico, il sodalizio ottenne dall’amministrazione comunale un suolo nella locale necropoli, per costruirvi alcune cappelle adibite a sepolcreti per i defunti iscritti alla devota congrega. Dopo questa concessione, la Confraternita edificò nella certosa sia la cappella che i sepolcreti attraverso l’interessamento del priore Andrea Tuzj, che, anche con le sue offerte personali, poté vedere coronato il suo sforzo di dare un luogo di riposo degno di questo nome alle spoglie mortali degli iscritti alla pia associazione. Terminati i lavori, il sacro luogo fu benedetto nel 1885 dal Canonico Don Giovanni Battista Tuzj. 

  • Per quanto riguarda la Venerabile Confraternita del Santissimo Sacramento di San Bartolomeo, all’interno di essa, nel 1884, fu proposta l’erezione di una cappella mortuaria nel cimitero di Sora e fu realizzata con i proventi del pio sodalizio. A seguito del terremoto del 13 gennaio 1915, la sacra costruzione subì ingenti danni e la devota aggregazione sopportò con lungimiranza e spirito di sacrificio i lavori di risistemazione. Restaurata la Cappella, con il termine dei lavori nel 1932, fu benedetta dal Vescovo Mons. Agostino Mancinelli. Ed è stata recentemente restaurata a spese della confraternita e di tutti coloro che all’interno della cappella sono titolari di una concessione perpetua.

  • Riguardo alla Cappella della Confraternita del Santissimo Sacramento in San Silvestro, dopo la seconda Guerra Mondiale fu concessa un’area nel cimitero per la costruzione di loculi per la sepoltura degli appartenenti alla pia congrega.

  • Passiamo quindi alla Confraternita di San Rocco; il 16 dicembre 1877, il suo priore, Nicola Camastro, propose la realizzazione di una cappella nel locale sepolcreto, da edificarsi su una parte del suolo destinata ai sacerdoti ed il sodalizio, nel giro di alcuni anni, essendo stati i lavori effettuati a più riprese, poté avere la sua oasi di riposo eterno.

  • Nel sepolcreto dedicato al Santo Pellegrino di Montpellier si svolsero per alcuni anni, prima della seconda Guerra Mondiale, le Sante Quarantore, perché la Cappella comunale destinata alla celebrazione era ancora danneggiata a causa dello sconvolgimento tellurico del 13 gennaio 1915.

  • Al Sepolcreto di San Rocco, si accede da destra e da sinistra, salendo due rampe di venti gradini l’una. Tra i due accessi si trova l’ingresso che conduce all’ambiente ipogeo, ubicato sotto la cappella e destinato a loculi ed ossari; l’ingresso è sorvegliato da due leoni, mutuati dagli omologhi stilofori dei templi paleocristiani, che rappresentano la Chiesa, sempre pronta ad aggredire l’eresia.

  • Entrati nella cripta ed arrivati in fondo, si aprono due corridoi, uno a destra molto piccolo in cui fino all’inizio degli anni Settanta si trovavano le nicchie del secolo passato, poi abbattute per fare spazio ad altri loculi razionalizzando lo spazio; un altro corridoio si apre a sinistra, sul quale danno cappelle private e sepolture della Congrega, e va a terminare in una cancellata che segna il confine con l’area cemeteriale appartenente alla Confraternita di San Francesco.

  • Dopo la seconda Guerra Mondiale, su quest’ala fu costruito un secondo piano di loculi, lasciando però nel piano della nuova costruzione, un’apertura per la ventilazione e l’illuminazione dell’ambiente sottostante. Per ampliare ed aumentare la ricettività si sono sacrificati spesso i vecchi manufatti ed a differenza di altri paesi, ad esempio Fontechiari che conserva ancora il cimitero napoleonico con le caratteristiche fosse comuni, che è stato lasciato, mentre il nuovo sepolcreto è stato edificato a breve distanza, Sora invece dei vecchi manufatti cemeteriali non conserva più nulla.


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